Pericolo Trapattoni Il "Mike" del calcio

Tra una gaffe e un successo non vuole smettere di sedere in panchina. A 70 anni ha scelto l’Irlanda e di imparare l’inglese: "Is a gross challenge...". E domani sera c'è Italia-Irlanda

I giardinetti della vita del Trap puzzano di sudore. Gronda dalla panchina: si agita, fischia, urla. Un pensionato senza pensione, seduto senza giornale. In campo ci sono i figli dei suoi figli. Gibson ha 22 anni, Long anche, Ireland 23, McShane pure: 1986, 1987, Giovanni era appena arrivato all’Inter. Era già un giovane nonno. Oggi è sempre nonno e sempre giovane perché l’anima va oltre i settant’anni appena compiuti. Trapattoni è il simbolo di se stesso e lo specchio dell’Italia, il Mike Bongiorno del calcio: arrivato oltre l’età in cui si resta a casa e però sempre al lavoro, incapace di smettere. Tra lo stakanovismo e la gerontocrazia, sul filo di un confine così piccolo da sembrare impercettibile. Largo ai vecchi. Lo sa il Trap che ha visto la parabola degli aggettivi che lo riguardano: competente, esperto, consumato, autorevole, inossidabile. È una scala di valori e di anzianità, una specie di arco che parte dai capelli ancora biondi e finisce al bianco di oggi.

Giovanni è arrivato in Irlanda da finito per troppi. Dopo lo scudetto al Benfica aveva cercato di tornare in Italia ma nessuno l’aveva voluto: a parole lo volevano prima la Lazio, poi la Roma, poi il Genoa, poi il Chievo, poi ancora la Roma. Troppi i due milioni e mezzo che chiedeva: finì a Stoccarda, di nuovo in Germania, poi in Austria, ancora il tedesco, dopo la storia di Monaco e la conferenza stampa di Strunz. Un uomo e il suo minuto e mezzo di comicità involontaria mandata in onda a ripetizione. L’avevamo trasformato in macchietta, in un carro allegorico, in una immagine simbolo dell’euforia italiana e della nostra scarsa confidenza con le lingue. Due anni dopo è tornato bravo, rimonta al contrario il nastro dei complimenti. La vita del pensionato la fa davvero: la casa in provincia a Cusano Milanino, le vacanze sempre a Talamone. Però ora è ringiovanito, che è il passaggio ovvio dopo inossidabile, la marcia indietro di chi trasforma la gerontocrazia in esperienza di vita. Eterno sarà il gradino successivo. Si può dire anche step, adesso. È tornato a farci sorridere con l’inglese improvvisato: «We work friendly for Nazional team... Is a gross challenge».

Trap è il totem dell’italianismo. Non tramonta perché non vuole tramontare, deciderà lui se e quando andare in pensione, come il ragioniere che non ce la fa a staccarsi dalla scrivania e dalla calcolatrice a nastro Olivetti: va alla Posta a prendere l’assegno previdenziale e poi torna in ufficio. È l’imprenditore che si sveglia alle sei anche se ora comandano figli e nipoti. Giovanni è se stesso e quindi tutti. È la sfida infinita col nuovismo: la lingua è la battaglia di chi non si può arrendere all’età. È come con Pippo Baudo, incapace di mollare e fondamentalmente convinto che i giovani siano peggio di lui. Il Trap non parla degli altri, ma parlando di sé li giudica lo stesso. Glielo permettono per il rispetto e per la carriera, tanto non allena più l’Italia. Allora sì che era superato.

Era un vecchio allenatore che aveva fatto il suo tempo. In quel momento il passato non contava. Conta adesso che tutti sono pronti a tirarlo fuori come l'argenteria in una cena di gala. L’Irlanda è lui e noi siamo lui: fratelli, figli, nipoti dell’uomo in panchina senza pensione. Chiunque voglia aumentare l’età pensionabile prenda Giovanni come testimonial. Tanto funziona. Una volta ha fatto la pubblicità a una lavatrice: urlava in uno spogliatoio, sbatteva un pugno sull’elettrodomestico. Poi sorrideva, perché i nonni sono buoni anche quando fanno i duri. Fanno ridere e con lui abbiamo riso tutti. Allora tornerà ancora la carrellata di strafalcioni: «Non compriamo uno qualunque per fare qualunquismo»; «Questo mio atteggiamento è un attestato. E io ci credo molto perché è credibile»; «Il propagandarsi, o l'essere il protagonista comunque sulla base quotidiana dei mezzi di comunicazione, è una esigenza che molti hanno, ma che è altamente inflazionistica».

ai dire gol l’ha trasformato in comico, il passatismo l’ha fatto diventare un’icona. Una battuta di queste vale quanto la signora Longari «Mi è caduta sul pisello» di Mike. Un punto fermo, una certezza della televisione e del pallone, quindi del costume italiano. L’eternità è in una trovata sgrammaticata o sconclusionata, l’esempio è nella costanza, nell’attaccamento al lavoro e magari anche alla poltrona. A 70 anni uno può ancora tirare su qualcosa: «Non inseguo più chimere, io. Icaro volava, ma Icaro era un pirla».