Pericolosa la fuga anticipata Ecco cosa rischiano le truppe

I tempi tecnici richiedono 90 giorni. Ma vanno mantenute alcune forze militari per garantire la sicurezza del team addetto alla ricostruzione

Andrea Nativi

Ritiro dall’Irak? Si può fare, ma senza fretta inopportuna, perché se si condizionano scelte delicate alle ragioni di politica interna si rischia di creare una situazione pericolosa, sia per la popolazione irachena, sia per le truppe italiane. Senza dimenticare che una fuga precipitosa, non concordata e approvata dal governo iracheno per quanto riguarda tempi e modi rischia di compromettere quel «dividendo» politico ed economico a cui il sistema Italia legittimamente aspira dopo tre anni di costoso e sanguinoso impegno nel paese.
Intanto una riduzione sostanziale della consistenza del contingente, che riguarderà 1.000 dei 2.600 militari in Irak, è già prevista e pianificata e potrà essere portata a termine senza problemi entro la fine del mese di giugno. Il meccanismo prescelto è quello di sostituire solo in parte i reparti del contingente costruito intorno al telaio della Brigata Sassari dell'Esercito che attualmente conduce Antica Babilonia. Si discute invece quali e quanti dei mezzi più pesanti (mezzi blindati, corazzati ed elicotteri) debbano rimanere in teatro. Prudenza suggerirebbe di far restare strumenti adeguati per fronteggiare qualunque evenienza.
Quanto ai 1.600 militari che rimarrebbero nella provincia di Dhi Qar per ora non c’è un programma dettagliato. È stata stabilita la data finale, la fine dell’anno, ma, al di là dei piani di massima approntati a livello tecnico, non è stata ancora approvata una tabella precisa. Se si vogliono fare le cose per bene i tempi tecnici richiedono 60-90 giorni, procedendo ad un ripiegamento per scaglioni, con una adeguata cornice di sicurezza, con il trasferimento con convogli dei mezzi, dei materiali e di quelle infrastrutture che non si vogliono lasciare in «eredità» agli iracheni fino ai porti di imbarco. Il personale invece in massima parte può essere trasferito per via aerea, partendo dall'aeroporto di Tallil.
Tuttavia da qualche mese ormai si sta approntando, sempre nella base di Camp Mittica, la organizzazione necessaria per attivare un Prt, un team di ricostruzione provinciale, come quelli già operativi in Afghanistan. A prescindere dalla diversa natura della attività, con prevalente connotato di cooperazione ed assistenza civile, rimane indispensabile mantenere una presenza militare che garantisca la cornice di sicurezza e le capacità di comando e controllo e supporto tecnico-logistico. Il capo di Stato maggiore dell'esercito, il generale Filiberto Cecchi, qualche giorno fa ha indicato in 800 militari l’entità che da un punto di vista tecnico sarebbe opportuno mantenere per non correre rischi eccessivi. Ma cambiare «in corsa» compito e ruolo ai militari di Antica Babilonia potrebbe essere non facilissimo. Forse è meglio concludere la missione in corso ed assegnare ad un nuovo contingente formato ad hoc il compito di attivare il Prt.
Tutto questo peraltro presuppone uno scenario benigno a Dhi Qar. Invece proprio la prospettiva di un ritiro dei soldati italiani, nonché tensioni interne ai partiti e alle fazioni sciite, sta portando a un palpabile innalzamento della tensione. Un ritiro frettoloso degli italiani, con il pericolo di attacchi da parte di guerriglia e fazioni armate, potrebbe dare il via ad una serie di azioni e reazioni violente che comprometterebbero il buon lavoro finora svolto.