Un pericoloso tran tran culturale

Adesso non esageriamo. Scrittore proprio no, non lo si poteva definire scrittore. Diciamo piuttosto aspirante scrittore. E siccome prima di aspirare è indispensabile inspirare ed espirare, cioè vivere; e visto che per vivere è necessario mangiare; e stante il fatto che per mangiare occorre lavorare, ebbene anche lui, in qualche modo, si era piegato a lavorare. Nel senso che il posto di lettore in una piccola casa editrice gli forniva il pane (che definiva «azzimo e stantio»), mentre al companatico provvedevano le collaborazioni a un quotidiano e a un settimanale femminile.
Dunque, l’aspirante scrittore che chiameremo X, quella mattina, come tutti i lunedì, aveva telefonato ai due caporedattori, chiedendo loro l’accesso al companatico. Era andata abbastanza bene: aveva concordato tre pezzi, oltre alla consueta rubrica di costume in cui X, sotto le mentite spoglie dell’esperta casalinga, consigliava come prendere mogli, mariti, fidanzate e fidanzati per la gola e nel contempo stupire con arditi abbinamenti dei piatti a libri, leggende e fatti storici.
I tre pezzi da consegnare entro sabato sera erano i seguenti: a) recensione a un thriller americano che, come tutti i thriller, si preannunciava «da leggere tutto d’un fiato»; b) intervista a un sociologo sul tema dell’amore ai tempi di Facebook; c) recensione al romanzo d’esordio del figlio di un cugino di un vicedirettore, già pompato come ennesimo caso letterario dell’anno e che, gli era stato raccomandato, doveva essere trattato in guanti bianchi. Totale: sette pezzi in sei giorni. C’era di peggio, nella vita.
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X diede l’ultima boccata alla sigaretta e la gettò nel water. Poi andò in cucina, prese il thriller che la notte prima aveva lasciato sul tavolino dove consumava le sue cene solitarie e tornò a letto. Per lavorare. In ufficio, il lunedì, attaccava sempre alle tre del pomeriggio. Aveva quindi tutto il tempo per finire il thriller.
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Poco fa siamo stati troppo severi, con X. Perché scrittore, in fondo, lui lo era. Aveva infatti pubblicato, alcuni anni prima. E non un libro solo, bensì due: una biografia immaginaria di Elstir, il pittore della Recherche che Proust modellò ispirandosi a Monet (risultato: copie vendute 173, ma soprattutto un’entusiastica segnalazione in tv da parte del suo controrelatore all’esame di laurea, intervistato alle 3 di notte in un programma Rai); e il saggio Gogol in Africa, sottotitolo: La fortuna dei classici russi nel Terzo Mondo (risultato: copie vendute 211, ma anche la pubblicazione a puntate, grazie ai buoni uffici di una vecchia contessa conosciuta in treno, sul sito di una potentissima Onlus, ovviamente equa e solidale).
Tuttavia non era propriamente questo, ciò che X intendeva per «essere uno scrittore». Uno scrittore, pensava, è quello che vedi in mano alla gente in metropolitana; quello che dorme, la notte, su decine di migliaia di comodini; quello che, se passa per strada, una persona su due si volta a guardarlo, per curiosità, se non per ammirazione. Questo X voleva essere, uno scrittore vero. In attesa di diventarlo, continuava ad aspirare, inspirare ed espirare.
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La regola cui X si atteneva era una sola: prima si fanno le cose semplici, poi quelle complicate. Perciò, in quella settimana, il crescendo rossiniano del suo companatico fu questo: il thriller mozzafiato; la rubrica; l’intervista al trombone; il nuovo Paolo Giordano.
Lunedì stesso, intorno alle 23, chiuse la pratica-thriller, condendo la recensione con le solite banalità sull’infanzia violenta dell’autore che si riverberava (ma non usò questo verbo ottocentesco...) sul libro. Sessanta righe facili facili, «da leggere tutte d’un fiato».
Mercoledì cucinò la rubrica direttamente in ufficio, inviandola con solerzia al caporedattore un giorno prima del previsto. Cinquanta righe sulla «trippa alla Gadda». Per digerirle, buttò giù un paio di whiskey.
Giovedì mattina, prima di uscire di casa, inviò una mail con le domande all’indirizzo del sociologo, in università. Le risposte giunsero puntuali la sera, ma corredate dalla richiesta di poter rileggere il pezzo. A malincuore, X soddisfò il desiderio del trombone. Così che soltanto a notte fonda poté mandare l’intervista al settimanale. Novanta righe con tutto l’occorrente per suscitare nelle lettrici la nostalgia della «prima volta» ma anche l’illusione di poter, un giorno non troppo lontano, far colpo, via internet, sul maestro di yoga o sul marito della collega.
E il nuovo Paolo Giordano? Be’, lì le cose presero una piega un po’ strana.
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Dovete sapere che X, prima di pubblicare la biografia immaginaria di Elstir e il saggio sui classici russi, aveva inviato a un editore un romanzo. Un vero romanzo, ne era assolutamente convinto. Ci aveva messo dieci anni, a scrivere quelle duecento pagine. Ci aveva messo dentro tutta la sua vita passata, presente e futura. Ma il libro non era stato rifiutato, più semplicemente, era stato completamente ignorato. Ferito nell’orgoglio, X non si era rivolto ad altre case editrici. Si era chiuso nel suo dolore. Poi aveva faticosamente elaborato il lutto e, in capo a due anni, aveva persino dimenticato la sua opera.
Comprenderete dunque il suo stupore, la sua rabbia... dirò di più: l’istinto omicida che montò in lui quando, il venerdì mattina, svegliatosi di buon’ora, iniziando a leggere La scatola di Gualtiero Cosimazzi si accorse che dentro quella Scatola c’era... il suo romanzo. Certo, l’autore del plagio (ma si può parlare di plagio per un’opera mai pubblicata?) era un professionista. Aveva mascherato il furto cambiando i nomi, i tratti somatici e quelli caratteriali ai personaggi. Aveva ambientato la storia in un Paese diverso e in un’epoca diversa. Aveva abilmente mischiato le carte, insomma. Ma le carte mischiate erano le sue, quelle di X.
Il povero X, tuttavia, da un pezzo non era più un ragazzino idealista e sognatore. Sapeva benissimo come funzionavano le cose nel mondo delle patrie lettere. «E poi», ragionò dopo essersi un po’ calmato grazie a una doccia bollente, «con chi me la posso prendere se, idiota che non sono altro, l’unica copia del testo battuto a macchina è andata persa nel trasloco dell’anno scorso?».
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Grazie al fatto che il sabato quel vicedirettore che tanto aveva raccomandato il libro del figlio di suo cugino è sempre di riposo, siamo in grado di proporvi alcune frasi contenute nella recensione di La scatola, di Gualtiero Cosimazzi a firma di X, comparsa su OMISSIS l’8 febbraio OMISSIS:
«Il ragazzo ha indubbiamente talento. Per che cosa? Per mischiare le carte dimenticando di averle mischiate. Per far indossare ai suoi personaggi le maschere sbagliate. \ Nell’acribia infantile con cui, inseguendo a testa bassa i fantasmi di Musil e di Montaigne, va a sbattere contro le ingombranti presenze di Federico Moccia e Sandro Veronesi \. Per salutare questa nuova voce della letteratura italiana la parola giusta non è arrivederci, ma addio».
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Fu così che X, prosciugatasi la principale fonte del suo companatico, dovette accontentarsi del pane «azzimo e stantio». Quello che soltanto i veri scrittori sanno a volte trasformare in Letteratura.