Pericu: «Mi dimetto!». Ma era uno scherzo

Ferruccio Repetti

«Mi dimetto. Anzi, no. Stavo solo scherzando». Le dimissioni di un politico, lo sanno tutti, sono sempre irrevocabili. All’inizio. Poi diventano una provocazione per agitare le acque, infine si stemperano in semplice battuta di spirito, detta così, tanto per fare, ma senza ulteriori conseguenze. Non fanno eccezione le più recenti, clamorose dimissioni preannunciate - qualcuno dice «minacciate», altri preferiscono dire «offerte per gentile concessione» - dal sindaco Giuseppe Pericu. Motivo: gli ostacoli sul cammino dell’approvazione del piano di Piano, cioè dell’Affresco dipinto dall’architetto e relativo alla trasformazione epocale del waterfront genovese. Pericu si è schierato subito apertamente a favore del progetto-bozza, e ha ribadito il concetto martedì scorso nella sede istituzionale, il consiglio comunale. Con espressioni di fuoco, dirette anche contro gli esponenti della sua stessa maggioranza di sinistra - in particolare, i comunisti italiani di Tirreno Bianchi e i rifondatori comunisti di Patrizia Poselli - che avevano osato esprimersi a favore della realizzazione, in via prioritaria, del piano regolatore portuale rispetto ai progetti avveniristici che rallentano l’operatività dello scalo. Ebbene, Pericu si è messo al microfono e non l’ha mollato per un bel po’, menando fendenti virtuali, ma pesantissimi a destra e a sinistra, soprattutto a sinistra: «Nessuno tocchi l’Affresco - ha messo in chiaro -. Se bocciate il piano di Piano, sono pronto a lasciare l’incarico». Più chiaro di così. La notizia - una bomba, nel soporifero panorama politico-economico locale! - è rimbalzata nelle redazioni dei «media», ha creato sconcerto e scalpore. Che diamine! È o non è - sì, lo è - la prima volta dal 1997 che il professor avvocato sindaco Giuseppe detto Beppe Pericu fa esplicito accenno alle dimissioni? Eppure ce ne sarebbero stati i motivi, in questi 8 anni di incarico: i ricorrenti siluri di Rifondazione e Verdi (se ne vanno, poi tornano, poi se ne vanno di nuovo, e così all’infinito), i fatti del G8 («la zona rossa è inutile, sfileranno solo i pacifici», diceva lui alla vigilia), le casse comunali più vuote d’Italia (1500 milioni di euro di indebitamento), la Conferenza strategica che ci ha fatto sognare (e basta), lo smaltimento dei rifiuti (che continuano a finire in discarica), la fascia di rispetto di Prà (che doveva diventare un parco da Hollywood, nel frattempo si sono accorti che devono sbancare le aiuole per farci passare il raddoppio della ferrovia, e hanno rivoltato tutto)... Eppure, lui, il sindaco ha sempre dato prova di moderazione, non si è mai fatto prendere dalla foga della fuga. Questa volta invece, stuzzicato sul Piano, ha lanciato il sasso. Poi ha tirato indietro la mano, confessando: «Quando ho parlato di rimettere il mandato di sindaco mi sono lasciato prendere la mano dalla passione e dall’impeto che mi porto dietro dalla mia professione di avvocato. In realtà non si tratta di chiedere la fiducia, semplicemente perché non c’è ancora nulla da votare», tanto meno il piano di Piano che è solo un Affresco, o, come ammette Pericu, «un’idea». Ora sì che ci siamo: questo è il Beppe Pericu di ieri e di sempre: quello che naviga in mezzo agli scogli meglio del Grande Ammiraglio del Mare Oceano, quello che i siluri gli fanno un baffo anche se vengono dai partiti che dovrebbero sostenerlo al vertice di Tursi. È talmente vero così, che non fa neppure notizia. Tanto che i «media» hanno continuato a scrivere delle sue dimissioni anche quando Pericu ha fatto dietro front, ignorando la smentita diffusa ufficialmente. Che non è, a ben vedere, un gran complimento: vuol dire che il sindaco fa notizia solo quando se ne va. Magari anche solo per qualche ora.