Pericu tace ancora sulle minacce a Bagnasco

(...) Bagnasco, certo non dovrà sprecare inchiostro per aggiungere il nome del sindaco Giuseppe Pericu, che neppure ieri ha fatto in modo di esprimersi ufficialmente per condannare le scritte apparse sui muri di Genova. Neppure le minacce di morte sono bastate a dettare poche parole di condanna al primo cittadino. Giustificazione: ieri era Pasquetta, festivo, in Comune non c’era nessuno all’ufficio stampa. Anche chi potrebbe obiettare che il sindaco è bene in grado di fare una telefonata in prima persona, magari anche solo all’agenzia Ansa, può essere ancor più tranquillizzato. Perché alle 17.55, ieri pomeriggio, in redazione arriva una telefonata dall’ufficio stampa del Comune. Ecco, i maligni sono accontentati? Il sindaco interviene? Macché. La telefonata è solo per ricordare che oggi ci sarà una conferenza stampa dell’assessore Dallorto su iniziative ambientali.
Mentre Enrico Musso e Renata Oliveri, candidati a sindaco e presidente della Provincia di Genova per il centrodestra, condannano pesantemente «il crescente clima di intolleranza», Massimo Chiesa, candidato a sostituire proprio Pericu sulla poltrona di palazzo Tursi, e Fabio Broglia, suo collega di partito in corsa per la presidenza della Provincia, lanciano la loro provocazione. Quella di compilare un elenco pubblico di quanti stanno dalla parte di Bagnasco potrebbe sembrare una banalità, un modo per raccogliere solo scontate adesioni, ma a Genova evidentemente non è così. Non è infatti così ovvio che tutti vogliano condannare gli autori delle minacce.
Quando sul portone di San Lorenzo apparve il «Bagnasco Vergogna», tra i consiglieri regionali, provinciali e comunali già non mancarono i distinguo, le precisazioni, persino i veti all’approvazione della solidarietà all’arcivescovo. Ci fu chi sottolineò come la scritta, in fondo, non fosse una vera e propria minaccia ma un semplice dissenso per le parole di un prelato colpevole di aver espresso la contrarietà della Chiesa ai Dico. Ora la «sentenza» di morte, firmata anche da un inquietante riferimento alla «P38», l’arma delle Brigate Rosse, non lascia spazio ad interpretazioni. E alla ripresa dell’attività politica, molti esponenti della sinistra genovese dovranno spiegare la loro distinzione persino dalle posizioni tenute dai loro stessi partiti a livello nazionale. Dopo il nuovo e più grave attacco all’arcivescovo di Genova, anche le assenze tattiche dall’aula e la non partecipazione al voto assumerebbe un significato molti vicino a chi, negli anni più bui del terrorismo, pensava di cavarsela dicendo di non stare «né con lo Stato, né con le Brigate rosse».