Perina, l’amazzone finiana che tradì Rauti per il seggio

Dalle croci celtiche al giornale di Cl, fino alle leggi veltroniane
pro-immigrati Gianfranco l’ha voluta deputato. E lei con il «Secolo»
gli tira la volata a sinistra

Come per il colonnello Gheddafi, la guardia scelta di Gianfranco Fini è composta da amazzoni. La più nota è l’avvocatessa Giulia Bongiorno. La più ardita la giornalista Flavia Perina di cui oggi parliamo.
Donna tosta e combattente, Perina - che qualche lettore avrà visto ieri ad Annozero - è l’autentica pretoriana del presidente della Camera. Ne incarna con passione il nuovo corso e la interminabile evoluzione. Lo fa nella duplice veste di deputato agli ordini e di direttore del Secolo d’Italia, già quotidiano di An, oggi foglio di famiglia (finiana). Al pari di Fini, si considera in tutto autonoma dal berlusconismo. Detesta in egual modo il becerismo della Lega e il conservatorismo gregario del Pdl. Il suo obiettivo è portare la destra in «posizioni di avanguardia» che coincidono al 99 per cento con quelle di Franceschini e Bersani.

La sua più recente iniziativa è stata una proposta di legge firmata con Walter Veltroni (prima lo chiamava il «molliccio») che offre il voto agli immigrati nelle amministrative. Per i critici, una mini riesumazione del sepolto compromesso storico. Per Flavia una tappa sul cammino che farà della destra gretta del passato la «Destra dei diritti» auspicata da Fini. La Perina-Veltroni dovrebbe infatti favorire l’integrazione. L’una e l’altro pensano di aver scoperto l’uovo di Colombo per accelerarla e, sotto sotto, di intercettare quei voti per la propria parte politica. Nessuno dei due teme invece quello che avverrà. Ossia che gli immigrati, anziché votare Pd o Pdl, formino liste loro con propri rappresentanti. Nasceranno così il partito romeno, quello islamico e così via. Col bel risultato che invece dell’integrazione avremo una stabile separazione delle etnie: il vicolo in cui si sono cacciati diversi Paesi che ora non sanno come uscirne. Succede quando si mette il carro davanti ai buoi. Ma l’esuberanza di Perina è irrefrenabile e dobbiamo rassegnarci.

Cinquantuno anni, romana, Flavia è stata una militante di destra dal giorno in cui vide la luce. Missini sfegatati i suoi genitori, altrettanto il fratello. Amici di famiglia e seguaci di Pino Rauti - rivale prima di Almirante, poi di Fini -, i Perina erano iscritti a Ordine nuovo. Anche quest’anno, mamma e papà hanno brindato al 28 ottobre, ricorrenza della Marcia su Roma, nella tradizionale cena che riunisce i nostalgici in un locale romano. Negli anni Settanta - quelli della lotta violenta tra fazioni opposte - hanno subìto pesanti minacce dai sinistri in eskimo. Il padre, tutte le sere, metteva la sabbia sotto la porta di casa per evitare che i ragazzotti ci infilassero della benzina e scongiurare a sé e alla famiglia la fine dei fratelli Mattei.

Flavia ha avuto anche lei la sua parte di guai. Prima nel Fronte della Gioventù, poi nel Msi, fu arrestata nel 1977 nel parapiglia in cui morì Walter Rossi, giovane di Lotta Continua. Trascorse un mese a Rebibbia. A scuola - nel Liceo De Santis di Roma nord, lo stesso di Piero Marrazzo, futuro governatore del Lazio - non ebbe grandi problemi perché la maggioranza era di destra. Ne ebbe invece frequentando la facoltà universitaria di Architettura. I capelloni le dissero, «qui non ci devi più entrare», e Flavia fu costretta a lasciarla. Si iscrisse a Scienze politiche nell’università confindustriale Luiss, ma egualmente non si laureò. Troppo presa dalla politica.
La sua sezione Msi era quella della Balduina, la zona dove abitava. Sua amica per la pelle è stata Isabella Rauti, la figlia di Pino, oggi moglie del sindaco Alemanno. Era anche molto legata a Francesca Mambro finché costei non scelse la lotta armata nei Nar. Allora, ruppe di brutto. Ora si è riavvicinata all’ex terrorista.

Impregnata di rautismo, aveva in camera il poster di Ezra Pound con la scritta: «Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui». Ebbe una fase femminista (di destra) e fondò un mensile Éowyn, dal nome della Dama del Signore degli Anelli (la saga di Tolkien, la Bibbia rautiana della sua generazione). Poi cominciò a mettere la testa a posto e si imborghesì. Ma nelle interviste, Flavia si atteggia tuttora a veterana di guerra. Non si rinnega. Evolve.

Il ticchio del giornalismo, nato con Éowyn, non l’abbandonò. Ebbe un’esperienza a Telemontecarlo («con redattori quasi tutti provenienti da Videouno, la tv del Pci») e per un anno e mezzo si occupò perfino di economia per il Sabato, chiamata dal direttore Paolo Liguori. Un’esperienza di vita per lei, unica non ciellina nel giornale di riferimento di Comunione e liberazione. In seguito tentò di entrare al Giornale ma - dice lei - non la vollero perché se avesse avuto dei figli sarebbe diventata un peso morto. Ne ha poi effettivamente avuti tre ma la versione di Montanelli negriero non convince: di giornaliste ne ha assunte parecchie e molti lo ricordano galante. Comunque, per il Giornale ha tutt’ora una spiccata antipatia, accentuata negli ultimi tempi per le polemiche con Fini. Di Feltri, che considera un prezzolato del Cav, Perina ha detto da gentildonna: «Una miseria. Ma anche il povero Feltri, dovrà pagare il mutuo, no?».
Grazie a Rauti, che nel ’90 era segretario del Msi, fu reclutata dal Secolo d’Italia. Nel 2005 ne è diventata direttrice. Da quando si è - lei rautiana - allineata con Fini, riempie il quotidiano di sospiri a sinistra e bordate al Cav e al Pdl. Gli altri giornali ci vanno a nozze e la corteggiano. Ma le copie del Secolo restano raso terra. Pare che in edicola se ne vendano 700 al giorno, peggio del... Il paragone non c’è: manca sulla Terra un esempio altrettanto avvilente. «Praticamente invisibile», lo ha definito La Russa. Dà il segno del seguito che, a destra, ha il finismo.

Lei però è contenta. Dall’alto della sua tiratura spara contro il Pdl, nel quale pure milita. «È un partito becero, nevrastenico, con la bava alla bocca, che abbaia contro gli avversari e adesso anche contro gli alleati», ha scritto con dolcezza. Del Berlusca, che pure è il suo leader, ha detto: «Si rifà a modelli di relazioni uomo-donna che ricordano il gallismo anni ’50». Poi si stropiccia le mani e dichiara al Corsera o a Repubblica che ne seguono con interesse le intemerate: noi del Secolo «ne facciamo più di Carlo in Francia». Come dire, siamo liberi e moderni e chi se ne impipa del Cav e compagnia. È il pensiero di Fini. Perina gli dà voce.

A Gianfranco, Flavia deve il seggio parlamentare nel 2006 e la riconferma nel 2008. Questo spiega il suo passaggio dall’ottuagenario Rauti ormai in disarmo, al suo opposto ideologico, il bellicoso 57enne Fini. È la sua assicurazione sulla vita.
Infatti - nonostante Perina si impanchi - ciascuno ha il proprio mutuo da pagare.