Perizia sull’assassino di Roveraro: «Lo odiavo, mi aveva distrutto la vita»

In 35 pagine il racconto di Botteri. I medici: è sano di mente

L’odio, il rancore maturato negli anni, l’invidia. Uno stato emotivo alterato, ma non abbastanza per sottrarlo al processo. Filippo Botteri, l’uomo accusato di aver rapito e ucciso nel luglio scorso il finanziere Gianmario Roveraro, è «capace di intendere e di volere». Lo stabilisce la perizia psichiatrica disposta dal giudice per le indagini preliminari Guido Salvini e depositata ieri.
Scrivono i periti Antonio Marigliano e Sabina Albonetti in un documento di 35 pagine che «non vi è dubbio che il Botteri, durante lo svolgersi dei noti eventi, si trovasse in uno stato emotivo intriso di sofferenza e costellato da momenti di angoscia», e tuttavia «dagli accertamenti eseguiti e tenuto conto delle condizioni ambientali in cui vive e ha agito e dei suoi rapporti con la vittima nel periodo precedente, concomitante e successivo ai fatti che gli sono contestati, egli è da ritenersi capace di intendere e di volere».
E dalla perizia emergono dettagli sul vincolo contrastato che legava il carnefice alla sua vittima. Perché «io sono un consulente di provincia, lui un grandissimo finanziere. Venendo da me mi gratificava». Prima, l’ammirazione. Roveraro appariva agli occhi del giovane Botteri «come l’occasione di riscattare una lunga serie di uomini fallimentari: il nonno, il padre, il finanziere Cultrera (per il quale lavorava la madre dell’indagato, ndr), lui stesso che non si era mai laureato in giurisprudenza. Era l’occasione - proseguono i periti - di essere, nello stesso tempo, oggetto dell’ammirazione, quasi del “culto” della madre per il carisma, per il potere». Poi, l’odio. Perché Botteri getta sulle spalle di Roveraro le responsabilità dei propri insuccessi. Ai periti ricostruisce il fallimento dell’«affare Anglo-austriaco», nel quale aveva «investito considerevoli somme di denaro» e a conclusione del quale si era sentito «in seri guai».
E sono questi gli eventi all’origine di quello «stato costante di umore depresso» in cui - secondo i tecnici - l’indagato era sprofondato, attribuendo a Roveraro una «sistematica pianificazione della mia distruzione». Botteri descrive il finanziere bianco come «un egocentrico, diceva sempre “io”. Lui ha scelto di rovinarmi. Ha usato i miei soldi, ha usato il mio nome, la mia vita, distrutto la mia famiglia, gli amici. Mi ha portato via tutto». Ancora, ripete di «non avere mai visto una persona così tecnicamente malvagia e negativa».
Botteri ricostruisce con «straordinaria lucidità» gli eventi che hanno preceduto il delitto («non si trattò di un vero sequestro, perché fu organizzato d’accordo con il sequestrato»), mentre sull’omicidio ripete di non ricordare «cosa avvenne quella mattina». Anche per questo, secondo i periti Botteri «ha negato di avvertire un senso di colpa relativo alla morte del Roveraro», mentre la scelta di occultare il cadavere rispondeva a «una decisione razionale per evitare di essere accusato di omicidio».