«Permesso solo a chi è utile Bruxelles dà ragione all’Italia»

Alessandro M. Caprettini

Un pizzico di soddisfazione? E come lo si può negare a Franco Frattini che, dalla Farnesina, sta raccogliendo proprio in questi mesi il frutto del suo lavoro di 3 anni a Bruxelles? Di ieri l’approvazione dell’Europarlamento a grande maggioranza della «carta blu», l’equivalente della «green card» americana che permette l’ingresso nella Ue a 27 di laureati e specializzati in grado di dare una mano all’economia del vecchio continente senza i limiti di un permesso di soggiorno. «Ma non è che una delle idee che avevo presentato e che, pian piano, vengono ora approvate tanto dai governi che dal Parlamento europeo. Segno che erano ipotesi serie...», accenna l’ex commissario ora tornato a guidare il nostro ministero degli Esteri.
A ben vedere l’intero patto di Sarkozy sull’immigrazione e l’asilo è basato sulle proposte da lei avanzate a suo tempo quale commissario alla libertà, sicurezza e giustizia...
«Le mie in fondo erano proposte equilibrate. Si trattava di risolvere il problema di non far mancare all’Europa mano d’opera qualificata e di cercare di respingere chi non veniva per lavorare ma per altri motivi. Aprire le porte a chi si vuol rendere utile e chiuderle a chi invece persegue altri obiettivi. Eppure, specie da noi, ricordo in quanti si strappavano i capelli parlando di politica elitaria, di rischi per il voler rubare cervelli ai Paesi meno sviluppati...».
La sua cura insomma, ripresa dall’iniziativa francese, sta cominciando a dar frutti...
«Mi sembra di sì. Rimpatri e carta blu sono definiti e approvati da governi e Parlamento. Anche se aspetto che si concluda il varo del pacchetto con altri importanti misure: il diritto d’asilo, il lavoro stagionale, la lotta al lavoro nero soprattutto. Perché quest’ultima iniziativa si muove contro tre aspetti negativi: l’incentivo all’immigrazione clandestina, la produzione di evasione fiscale e infine la creazione di concorrenza sleale. Spero che anche in questo caso si riducano i tempi per una approvazione definitiva, il che doterebbe l’Europa di una politica organica sull’immigrazione dopo anni e anni di attesa».
Senta Frattini, ma con l’aria che tira specie in Italia, lei pensa che la politica dei rimpatri si possa già definire fruttuosa?
«Be’, comincia a offrire criteri omogenei non concedendo più porti franchi in Europa. Voglio dire che fino a ieri noi avevamo la Bossi-Fini, che qualcuno ci contestava, ma poi gli altri facendone a meno ed essendoci Schengen, riversavano immigrati in Italia. Adesso non è più così facile. Inoltre come Ue abbiamo fatto accordi importanti per il rimpatrio. Pensi che quando sono stato nominato commissario, dopo la fuoriuscita di Prodi, ne trovai uno solo con Hong Kong! Ora ne abbiamo di accordi con tutti i Balcani, con la Russia, l’Ucraina, la Moldavia, il Pakistan e stiamo trattando con Marocco e Senegal».
Ma l’Italia non l’aveva già un accordo con Rabat?
«Sì, ma l’avevamo noi e non altri membri della Ue. Per cui...».
Recentemente si è parlato molto della possibilità di svuotare le nostre carceri rinviando i condannati alle nazioni di origine, ma fin qui non si è visto nulla del genere...
«Anche questa era una impostazione che avevo messo a punto a Bruxelles e che in verità è stata già varata dai governi in modo unanime. Solo che dopo il mio addio pare siano insorti problemi burocratici in un paio di Paesi per cui non c’è ancora quella operatività stabilita a livello politico. Si è perso un anno intero, mi auguro che queste difficoltà procedurali siano eliminate in tutta fretta».
Insomma più che Sarkozy è lei il padre putativo delle norme europee sull’immigrazione...
«I francesi hanno dato un impulso notevole al pacchetto. Ma credo che non pochi a questo punto si siano accorti di quel che avevo messo in cantiere quando ho lasciato Bruxelles».