Una pernacchia seppellirà l’invito all’odio classista

Suppongo che in questi giorni il professor Sanguineti, questa nobile figura della nostra ormai attempata neo-avanguardia letteraria, si stia preparando a onorare la sua preclara carriera di intellettuale e di poeta sempre molto impegnato aggiungendo un breve commento al conciso programma politico con cui ha annunciato la sua decisione di candidarsi alla carica di sindaco della sua città natale.
Compito certo non facile. La splendida proposizione con cui egli ha recentemente riassunto la sua principale promessa è così semplice e chiara da non richiedere – sembra – alcuna delucidazione. Questo del resto si dice che sia anche il suo parere. Ma un letteratone come lui, con alle spalle un glorioso passato di onesto cattedratico, nonché di agguerrito esponente di quel mitico sodalizio culturale che fu il Gruppo ’63, e soprattutto di intrepido autore di molte opere in versi e in prosa inutilmente oscure, difficilmente potrà sottrarsi al dovere di appiccicare a quella mirabile frase qualche postilla rischiaratrice.
Rileggiamo dunque insieme quel suo icastico pronunciamento. Esso dice, com’è noto, che «bisogna restaurare l’odio di classe, perché i potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato». Ecco un’affermazione che lì per lì si direbbe che non esiga nessun chiarimento. Temo fra l’altro che questa sia anche l’opinione dell’interessato. Sono però sicuro che proprio fra quei lavoratori che Sanguineti intende esortare a rilanciare l’odio di classe, e specialmente fra quei gagliardi della sua amata classe operaia che sono i leggendari portuali della sua città, detti comunemente «camalli», il bisogno di un commento a quel fierissimo detto sia invece molto diffuso.
Lui forse obietterà che i «camalli» sono una specie ormai estinta. Sembra infatti che al suo acume di affettuoso osservatore del mondo del lavoro, nonché di implacabile critico delle infami trasformazioni che i padroni non cessano di introdurvi per poterlo sfruttare sempre meglio, non sia affatto sfuggito che l’attività dei «camalli», che fino a qualche decennio fa provvedevano personalmente a scaricare le merci con le loro braccia, le loro spalle e le loro reni dalle navi attraccate ai moli del porto di Genova, è stata ormai subdolamente meccanizzata mediante l’impiego di potenti elevatori. Non si può insomma escludere che si sia accorto che a quei valorosi scaricatori del tempo che fu, dei quali com’è noto furono a lungo celebrate sia la forza dei muscoli che quella della loro fede politica, è subentrata una frigida corporazione di tecnici addetti al maneggio di asettici dispositivi meccanici. Da tutte queste tristi circostanze egli infine potrebbe dedurre che sarebbe vano cercare fra questi nuovi, distinti esemplari di scaricatori motorizzati un tipo in grado di formulare un qualsiasi commento sul suo programma.
Errore, grave errore. A incappare nel quale, comunque, potrebbe averlo indotto il comprensibile convincimento che il suo motto richieda un commento verbale. Sembra invece che esso esiga una chiosa musicale. E forse la più appropriata sarebbe un suono che tutti sono capaci di emettere: quello che la nostra lingua designa col termine «pernacchia».
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