Un pernacchio per gli ipocriti «palasharpisti»

Caro Granzotto, le confesso di essermi un po’ sorpreso nel non rilevare la sua firma nell’elenco di coloro che aderiscono alla manifestazione indetta da Giuliano Ferrara. Alla giornata di lotta contro l’antiberlusconismo militante ero certo di trovarla. D’accordo che c’è il nome del direttore Sallusti, ma noi suoi lettori dell’«Angolo» speravamo di essere rappresentati direttamente dall’«angolista». Può spiegarci le ragioni della sua diserzione?
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Eh! Addirittura diserzione, che parola grossa caro Terenzio. Sappia comunque che non disertai e mi chiedo come abbia potuto dubitarne. Subito, alle prime luci del giorno medesimo del lancio del guanto di sfida da parte dell’elefantino, feci pervenire la mia adesione. Unita, sicuro di interpretarne il pensiero, a quella di voi lettori. Se poi il selezionatore non ha ritenuto, perché non rappresentativa o importante o glamour (e diciamoci la verità: come dargli torto?) di porla nella bacheca cartacea del Foglio, nulla ci posso. Quel che invece posso fare è invitarla a cogliere il lato festoso e irridente della adunanza «In mutande ma vivi», diretta non tanto - o quanto meno non solo - a rintuzzare le sgangheratezze dell’antiberlusconismo, ma a spernacchiare, se posso dire, quei quattro gatti del Palasharp, i sacerdoti, le sacerdotesse e il sacerdotino tredicenne che batte i pugnetti, della Repubblica Etica e Temperante (Ret). Quella brigata di collitorti scicchissimi e ricconi, «sinceramente democratici», bacchettoni, che dicono di passare le serate trastullandosi leggendo Kant e che vestendo i panni dell’Agnus Dei intenderebbero liberare il mondo dal peccato. In specie quelli della carne. Più precisamente quelli del gagliardissimo peccatore che ha nome Silvio Berlusconi (per prima cosa eliminando lui, questo è ovvio). Spernacchiare, se così posso ridire, le loro accorate «testimonianze» e «narrazioni» che salvo quella del sacerdotino, non classificabile per evidente condizione di plagio, si riconducono tutte alla pruderie gabolara delle demi-vierges e alla bigotta ipocrisia dei Tartuffes. Il disegno politico, poi, è quello di cavalcare l’onda del moralismo democratico e all’occasione manettaro per rifondare politica e società. Senza ovviamente passare dai ludi cartacei, da quella cosuccia insignificante del responso elettorale. Da buoni giacobini, i membri della combriccola ritengono il popolo troppo stupido per capire cosa gli conviene, di cosa ha bisogno. Il popolo è così stupido, dicono, che una buona metà vota per la destra. Figuriamoci. Ecco, caro Terenzio, il collettivo pernacchio è rivolto ai convenuti al Palasharp, al loro modo di intendere, al loro intransigente e puritano «impegno nel sociale», al loro tartufismo appesantito dalle ubbìe dell’azionismo. Al loro fanfaronesco e bolscevico «tutto per tutti» (copyright, questo, del costituzionalista girotondino Gustavo Zagrebelsky, asso, assieme al balilla democratico Giovanni Tarizzo, del Palasharp). Oggi è il momento di spensieratamente, festosamente cantargliele e cantarla alla Ret. Dieci e trenta, Teatro dal Verme in Milano.
Paolo Granzotto