Perseguitato sessuale in esilio volontario

Dodicenne flirtò con una cugina, Margaret, e a 15 anni se la fece con Mary, altra stretta congiunta. L’inclinazione del Nostro per gli amori in famiglia era perciò cosa assodata quando si fidanzò con Anna, ricca ereditiera. Ma la ragazza lo sposò egualmente senza riflettere e l’anno dopo, quando già era nata una figlioletta, arrivarono i guai. Il neo marito, infatti, si era infilato nelle lenzuola di Augusta, una sorellastra più anziana di lui, figlia di primo letto del padre. Un padre - detto per inciso - più debosciato del rampollo e così dissoluto da farsi appioppare il nomignolo di Jack il Matto.
Appena Anna scoprì la tresca dei due fratelli, prese la neonata e abbandonò il marito, facendo immediata domanda di divorzio. Lo scalpore fu enorme in tutta la Londra altolocata. La buona società, che aveva fin lì tenuto il Nostro in palmo di mano considerandolo splendido animatore delle sue vuote serate, gli voltò le spalle. Fu un ostracismo totale e irrevocabile, tanto più che aveva preso corpo un sospetto ancora più infamante.
Oggigiorno si stenterebbe a crederlo, ma sembra che il Nostro avesse attirato l’attenzione sul proprio incesto per nascondere i suoi squallidi amorazzi con altri uomini. L’espediente fallì e la voce che fosse sodomita si diffuse. Agli inizi dell’Ottocento, nonostante la capitale inglese pullulasse di gay, l’omosessualità era tabù. Considerata il non plus ultra dell’abiezione, il solo sospetto di praticarla equivaleva all’espulsione dal corpo sociale. Per il perverso ventottenne non c’era dunque che una sola via d’uscita: sparire. Fu così che scelse l’esilio definitivo dall’Inghilterra.
Ricco di mezzi e blasonato com’era si stabilì nel Paese che, all’epoca, aveva maggiore fama di lascivia, l’Italia. Fece prima però tappa a Ginevra dove, durante un’orgia, mise incinta la cognata del suo concittadino e poeta Percy Bysshe Shelley. Ne ebbe una figlia, Allegra, che portò con sé nel Belpaese affidandola alle suore del convento di Bagnacavallo in Romagna. Quanto a lui, si stabilì a Venezia che, con la Roma papalina, era la capitale italiana del vizio.
Sulla laguna si fermò tre anni, abbandonandosi sfrenatamente al sesso. Il Nostro era stato preceduto dalla fama di bel tenebroso e artista maledetto. Il classico personaggio romantico e fatale, misantropo e sprezzante, che semina dolore e morte in chiunque lo avvicini. Uno da fuggire come la peste per chi ha la testa sulle spalle. Ma esattamente il tipo che attrae le donne nell’alcova. Infatti, ne ebbe centinaia. Si ripassò tutta Venezia, dame e servette, vergini e prostitute. Spese cinquemila sterline per goderle e vendette anche il titolo nobiliare per finanziarsi le avventure. Di queste, ci ha lasciato dei cinici e spiritosi resoconti nell’epistolario.
Marianna, moglie del suo padrone di casa, fu un’amante scatenata. Il marito, consenziente, pare per soldi, era titolare della merceria «il Corno» che fu prontamente ribattezzata «il Corno inglese». Con Marianna si accapigliò più volte la Fornarina, un’altra amante e umile donnetta, il cui vero nome era Margherita Cogni. Il maggior pregio di costei, secondo il Nostro, era «che non sa né leggere, né scrivere e non può perciò perseguitarmi con lettere». L’ignorantella era così sottomessa che quando lui nell’eccitazione dell’amplesso la chiamava «vacca», lei replicava con veneta modestia: «Vacca tua, celenza». Altra caratteristica di Margherita era quella di farsi il segno della croce mentre faceva l’amore se sentiva un rintocco di campana. Questa sventurata creatura, rosa di gelosia per il fascinoso albionico, si gettò in un canale.
Stufo di Venezia, il Nostro si trasferì a Ravenna seguendo un’amante diciottenne, Teresa Guiccioli, già sposata. Subì l’influsso del fratello della ragazza e si iscrisse alla loggia carbonara cittadina. Cominciò così ad appassionarsi ai moti irredentisti che serpeggiavano qua e là in Europa. In breve, divenne paladino dei vinti e dei diseredati - gli italiani, i greci, Napoleone esiliato sullo scoglio di Sant’Elena - e si trasformò in testa calda. Probabilmente, una reazione psicologica contro la nobiltà inglese che lo aveva ripudiato, nonostante vi appartenesse di diritto e fosse stato membro della Camera dei Lord. Ma forse anche l’espressione di un’intima rabbia per la zoppia che lo affliggeva dalla nascita.
Morì banalmente di febbre reumatica a 36 anni, mentre agognava la bella morte combattendo i turchi.
Chi era?