Persi nello Sgarbistan

Ma Sgarbi da che parte sta? La risposta è semplice: sta nello Sgarbistan. Un reame che ha capitale nel luogo dove si trova Sgarbi in un preciso istante e i confini nelle terre che sarà in grado di raggiungere quello stesso giorno. Fuori d'ironia, la domanda non è oziosa, poiché impegna la politica culturale della città feudo del Centrodestra. E non lo è alla luce delle polemiche sulla mostra dedicata all'arte omosessuale durante la quale avrebbe dovuto essere esposta una scultura raffigurante il Papa bendato, con parrucca bionda, slip e reggicalze.
Sgarbi è giunto all'assessorato alla cultura di Milano carico di anni di militanza critica e fresco di una rinnovata furiosa contesa con Giancarlo Politi, patron di Flash Art, rivista considerata dal Politi medesimo la bibbia dell'arte contemporanea. O meglio, di quell'arte contemporanea concettuale dedita al nonsense e al trash che Sgarbi ha sempre contestato in nome e per conto di quell'altra arte, altrettanto contemporanea, che attraverso la pittura e la scultura lavora in continuità con la tradizione.
Vale dunque la pena soffermarsi su alcune recenti scelte dell'assessore. Per esempio, la difesa ad oltranza dei murales del Leoncavallo sembra in aperto dissenso con la politica amministrativa della giunta Moratti che si è battuta contro l'illegalità delle occupazioni e contro i graffitari che deturpano le facciate degli edifici. L'antologizzazione dei writer proposta al Pac, pur ottenendo successo di pubblico, tende invece ad accreditare con enfasi e con trentennale ritardo, forme d'arte che spesso sono mero megafono della lotta politica di quell'irriducibile mondo dei no-global ed esaltazione di un vecchio armamentario ideologico antisistema, antioccidentale, contro la Chiesa, filoeversivo e filoterrorista.
Gli ultimi exploit sono ancora meno comprensibili. Per la mostra di Botero - artista sopravvalutato dal mercato che fa la felicità dei galleristi chic e di un pubblico acculturatosi con gli stacchetti del Costanzo Show - Sgarbi ha deciso di insistere, con un testo in catalogo di Erica Jong, sugli aspetti politici dell'ultima produzione del colombiano che, silente sui drammi del proprio continente, sembra godere dei benefici di un antiamericanismo di maniera.
Valutare il risultato in chiave di politica culturale della mostra sull'arte omosessuale è ancora più complesso. Davanti alla boutade del Papa travestito sembra però che Sgarbi abbia assunto in toto i modelli comunicativi del rivale Politi: enfatizzazione dei tratti nichilistici dell'arte contemporanea che non può e non deve più comunicare nulla, al massimo ironizzare e dissacrare. Tutti vizi che lo stesso Sgarbi (prima) ha combattuto, attribuendoli a quel vasto mondo della critica, organico alla sinistra e piegato al più scontato politicamente corretto. Tra parentesi va ricordato che mesi addietro Sgarbi aveva già ospitato a Palazzo Reale Andres Serrano, artista di fama mondiale celebre per i contestati Piss Chist, crocifissi immersi nell'urina e poi fotografati. E che pochi giorni fa ha inaugurato la personale di Chiara Dinis, altra artista concettuale della scuderia Flash Art.
Poco male. Resta comunque forte la sensazione che l'operazione Papa omosex sia del tutto simile a quella dei bambini impiccati di Cattelan (anch'esso creatura di Politi). E se viene guardata in prospettiva con gli esempi sopracitati appare in conflitto con una politica culturale di Centrodestra, sempre che il Centrodestra - cosa che non gli è riuscita negli anni di governo (si ricordi il lampadario di tampax esposto alla Biennale targata Urbani-Buttiglione) - sia in grado di esprimere una politica culturale. O almeno di scardinare il conformismo dell'arte, che in definitiva, al di là delle valutazioni stilistiche, è strumento di consenso politico per la sinistra.
Se dobbiamo dare per acclarata questa incapacità del Centrodestra, allora è inutile qualsiasi distinguo tra chi affretta la distruzione del mondo e chi vi si oppone, tra chi si batte per i valori della tradizione e chi vuole scardinarli anche attraverso l'arte. Il dubbio semmai è che tali operazioni siano utili per l'amministrazione di Milano, che si possa avviare un Rinascimento partendo dallo Sgarbistan. Peccato perché tutto questo bailamme oscurerà l'apertura della mostra sugli ultimi quarant'anni della pittura italiana che proprio Sgarbi ha voluto per rimediare agli scempi della solita sinistra Biennale.