Persino Fassino l’ha capito: «Romano? Non è Dio in terra»

Alcuni opinionisti, tra i quali io stesso, ritengono che Silvio Berlusconi nel momento più buio della stagione del giustizialismo sfrenato, sia stata la garanzia fondamentale per mantenere una vera dialettica tra idee e posizioni diverse senza unilaterali linciaggi mediatici, e per rendere possibile un'alternanza di governi decisa dagli elettori e non dalle Procure. In questo senso sono stato sconcertato nel vederlo recarsi in Procura per riferire ciò che sa sul vasto interessamento diessino alla scalata Unipol in Bnl. Una sorpresa anche per gli analisti meno emotivi, stupiti per la scelta di un terreno così poco favorevole come quello giudiziario. In Italia, quando Procure e politica s'intrecciano, la neutralità del diritto non sempre prevale.
Eppure l'iniziativa berlusconiana, pur mantenendo riserve su come è stata gestita, appare avere una sua necessità. La campagna elettorale del centrosinistra aveva un tono netto, sostenuto dal coretto mediatico: il governo Berlusconi si è occupato solo dei suoi interessi e per questo l'Italia va male. Nessuna seria discussione su legge Biagi, riforme Moratti, piano delle opere pubbliche, riforma delle pensioni, riforma del sistema fallimentare, compressione del prelievo fiscale. E così via.
L'ipocrisia fassiniana che dice di volere discutere di fatti e non d'insulti, è contraddetta palesemente dal suo (e degli alleati) comportamento concreto. Far saltare la bolla dell'ipocrisia era inevitabile per dimostrare al proprio elettorato che non si subiva la propaganda dell'avversario come «base» per una scontata resa. Prioritario per poter poi discutere di scelte concrete per l'Italia.
Ma la mossa era indispensabile anche perché nella partita elettorale si è inserito un altro giocatore: il circolo d'interessi giornalistico-economici che usa e gonfia gli scandali per determinare nuovi equilibri di potere. Che la chiave di questo circolo sia l'ipocrisia non è difficile provarlo. Prendiamo il caso Fazio. Ben tre persone non prive d'influenza si sono scontrate contro il dirigismo del Governatore negli ultimi cinque anni: Vincenzo Maranghi, Giulio Tremonti e Antonio D'Amato. Tutte e tre (poi, per fortuna, Tremonti ha recuperato) sono state eliminate a difesa del Governatore da coloro che (Luca Cordero di Montezemolo in testa) oggi si vantano di avere cacciato Antonio Fazio. Prendiamo un altro esempio: il vero scandalo in questi anni è Parmalat. Non solo per la gigantesca truffa organizzata da Calisto Tanzi, ma anche perché venne coperta da emissioni di obbligazioni industriali con cui grandi banche scaricarono i rischi sui risparmiatori. La vicenda è oggi in un cono d'ombra. Un grande banchiere di fede prodiana dice che non vi fu dolo. Avete visto approfondimenti della stampa «indipendente»?
Nel nostro bizantino Paese si è creato un accrocchio di potere che si autoprotegge. Solo la disperazione ha potuto far pensare a qualcuno che questo potesse essere scalfito da personaggi da soap opera come Stefano Ricucci. Però uno scontro politico chiaro in cui gli schieramenti se le danno di santa ragione ma è l'elettorato a scegliere, è ancora l'unica via per difendere la prospettiva di una società aperta. I diesse certamente devono cambiare nel senso indicato da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, ma è indispensabile che lo facciano grazie a un rude ma trasparente scontro politico. Non sotto le manganellate del circuito mediatico-giudiziario. Quasi tutta la storia politica dell'Italia unita (a parte la fase iniziale che però vedeva fuori dal Parlamento una realtà così secondaria come il mondo cattolico) è stata extraparlamentare. Anche quella così parlamentare della Prima repubblica, rigidamente determinata dai vincoli geopolitici della Guerra fredda. Strappando la questione della pervasività del rapporto coop-ds alle tattiche ricattatorie di ben individuati ambienti economico-giornalistici (più Pm amici) Berlusconi, sia pure in modo irrituale, riparlamentarizza, riaffida al voto, lo scontro. Un azzardo. Non sbagliato.