Persino i camalli scaricano Bertinotti

da Genova

Dove Rifondazione aveva il dieci per cento e più da sola, non raggiungono il quattro tutti insieme. Negli stessi seggi genovesi in cui il rosso antico era il colore dominante, gli scrutini si colorano di verde sfumatura Borghezio. Nei quartieri del ponente cittadino, della Val Polcevera, della Val Bisagno, nelle zone operaie, c’è un travaso di voti diretto dalla Sinistra Arcobaleno al Carroccio. Lo teorizza, meglio di mille politologi da non stop televisiva, Amedeo Pittaluga, operaio dei lavori stradali nel cantiere di piazza Vittorio Veneto, in quella Sampierdarena quasi occupata dagli stranieri, dove persino i diritti minimi, come quello ad uscire di casa senza essere importunati, sono negati: «Sono sempre stato comunista, ma gli unici che ho visto per strada quando ogni giorno picchiavano qualcuno, erano loro, quelli coi fazzoletti verdi. Non avrei mai pensato di farlo, ma l’ho fatto: li ho votati».
E la stessa storia, come un ritornello, come un suono da pifferaio magico delle urne, si sente in tutte le roccaforti operaie che hanno cancellato i colori dell’Arcobaleno dal Parlamento: dai cancelli della Fincantieri a Sestri Ponente a quelli delle acciaierie Ilva di Cornigliano. Qui, fra l’altro, la rabbia è doppia, tripla, elevata a potenza: rabbia contro Prodi, rabbia contro Bertinotti, rabbia contro Riva, «il padrone» che vuole spedire sette apprendisti a Novi Ligure, senza nemmeno indennità di trasferta. Da una settimana, è una storia di strade bloccate, di copertoni bruciati, di scioperi. Oggi, si replica, «ma più incazzati». Anche per la politica. Altro che votare la Sinistra Arcobaleno che governa la Regione con Burlando, «amico di Riva».
Ma, se c’è un epicentro della delusione, della disillusione e dell’incazzatura, per l’appunto (non sarà un termine scientifico, ma è l’unico che rende vagamente l’idea dell’aria che tira), è San Benigno, dove ha sede la Culmv. Che sarebbe la Compagnia unica dei lavoratori portuali. Che sarebbero i camalli. Gli eredi degli scaricatori del Trecento. Gli eredi delle magliette a strisce che, sfilando in centro con i ganci e la voglia di menar le mani, impedirono il congresso del Msi a Genova dell’estate 1960 e causarono la caduta del governo Tambroni.
Insomma, il bar, la sede, la Sala Chiamata sono quasi un tempio della Sinistra Arcobaleno. Tanto per dire, quando è venuto qui due settimane fa, Oliviero Diliberto ha spiegato che lui sta «con i camalli a prescindere». Tanto per dire, quando è venuto qui la scorsa settimana, Fausto Bertinotti ha subito incontrato i vertici della Compagnia, che non hanno concesso lo stesso onore agli uomini del Pd, facendo una scelta di campo ben precisa.
Giornata nera, ieri, per i rossi antichi della Culmv. Con i dirigenti asserragliati nelle palazzine, sempre più sotto tiro: un altro avviso di garanzia al capo indiscusso, il Console Paride Batini, quasi una figura mitica. Stavolta, per la morte di un portuale in un incidente sul lavoro. Un attivista di Rifondazione, fra l’altro.
Proprio per questo, proprio perchè la sinistra radicale è di casa, proprio per la loro storia, qui, fra giovani e pensionati, la sconfitta fa più male. E il colpevole, per tutti, è solo uno. Con un accanimento forse eccessivo, ma reale, durissimo. «Non voterò mai a destra, ma per Fausto e per il suo carrozzone nessuna clemenza» (Gualtiero Ferrari). «Bertinotti? Ma per favore. Non ci hanno offerto niente, non ci garantivano niente. E allora a casa» (Luca Botticelli). «Ma secondo voi è un uomo di sinistra?» (Gianfranco Corretti). «Piuttosto che fare cortei con i no-global e i centri sociali, pensino alla sicurezza sul lavoro. Spero che mister cachemire non si faccia mai più vedere da queste parti, resti nei salotti televisivi. Sono il suo habitat» (Donato M.).
Oggi, fra gli scaricatori, a essere scaricato è uno solo. Fausto.
(ha collaborato Stefania Antonetti)