Persino il Pd boccia Veltroni: «Partito bene, poi un disastro»

(...) Non possiamo fare della demagogia, sappiamo che deciderà Roma, purtroppo questa legge porta lì, cerchiamo almeno di non essere ipocriti! Se il gioco ha regole che non piacciano non si è obbligati a giocare». E lui, infatti ha deciso di non giocare. Ha lasciato ad altri la corsa al posto. Perché? Per rispetto del suo ruolo, naturalmente. «Tre anni fa ho accettato di fare il vice presidente della Regione seriamente - si fa solenne la dichiarazione di Costa che è anche molto sincero -. Come amministrazione regionale non stiamo vivendo un momento esaltante, siamo sotto pressione su diversi settori, sarebbe stato onesto e utile abbandonare la Regione in questo momento di difficoltà?».
Bene, le primariette uno schifo, la Regione arranca. E il Pd? Ci arriva il vicelìder Massimiliano, non prima di aver chiarito (a chi peraltro non lo ha mai messo in dubbio) che intende «augurare con tutto il cuore a Claudio Gustavino ed Egidio Banti di operare bene per tutti e a nome di tutti». E allora eccolo, quello che pensa di Walter e compagni. «Veltroni è partito benissimo, perché allora l’intesa con Di Pietro, con un altro simbolo sulla scheda? Non la capisco e a “pelle” non mi piace - parola di lupetto -. E poi il corteggiamento ai radicali... a cosa serve? Sono l’antitesi sul piano economico, sulla politica estera, sul piano sociale, sull’organizzazione dello stato, delle proposte del PD, e sono anche l’antitesi per noi cattolici democratici delle posizioni etiche e valoriali da sempre difese e testimoniate. La loro presenza è limitatissima ed estremamente annegata nei numeri, ma ciò a mio avviso, non la giustifica. Auguri ai “nostri”: dovranno mettere un supplemento di responsabilità in più!».
C’è poco da aggiungere, parla Costa. Al massimo vale la pena sottolineare l’uso e la quantità dei punti esclamativi che usa. Perché nel Pd sepoffà tutto, tranne che parlare di spirito di squadra, di novità. Si metta l’anima in pace Veltroni. Questo è il Costa-pensiero sotto il titoletto «Ospiti indesiderati», laddove gli ospiti indesiderati sono proprio i cattolici: «Le speranze di un partito nuovo, lo spirito delle Costituenti nazionale e regionale, la voglia e l’entusiasmo di cominciare una nuova strada, fatta di piccoli passi ma sempre orientata al futuro, rischia di sbattere contro un muro insormontabile costruito da vecchie sclerosi egemoniche. La storia vissuta a Genova da molti di noi, prima delle ultime primarie, è emblematica: siamo considerati ospiti indesiderati in una casa che dovrebbe essere anche la nostra. Non parlo del luogo, la vecchia sede Ds in piazza de Marini, che comunque andrebbe cambiata per dare concretamente il segno della discontinuità, ma parlo dell’atteggiamento, delle scelte, dei metodi usati... Parlo di un clima che ci vede mal sopportati. Il Pd non può essere l’allargamento dei vecchi Ds, marginalizzare la nostra presenza senza fare lo sforzo di costruire insieme, equivale a consegnare al centro destra un patrimonio di esperienze, idee, e voti e relegare la sinistra all’opposizione perenne. Noi chiediamo che ci sia libertà, che si possa discutere, che le persone che operano nel partito siano al servizio di tutti, che non si confondano ruoli tecnico-amministrativi con ruoli politici, che ci sia accoglienza per tutti, che si innovino le usanze…noi chiediamo di poter essere costruttori del partito anche senza essere “yes man”».
Massimiliano Costa si sfoga, ma non a caldo. Le sue parole sono scritte, ponderate. Un intervento pensato in ogni suo passaggio. E non è un caso che arrivi all’indomani della formazione della Sinistra Arcobaleno in Regione, che vorrebbe (e ha i numeri per farlo) imporre scelte decisamente di sinistra. E soprattutto in un momento in cui il centro della coalizione di Claudio Burlando si sta sfaldando. O meglio, sta valutando cosa fare di fronte alla nascita del Pd. Il più fedele consigliere proveniente della Margherita, Claudio Gustavino, va a Roma, gli altri non sembrano certo intenzionati a entrare nel contenitore di Veltroni. E Massimiliano Costa, che pure resterebbe su Genova il leader unico dei democristiani di sinistra, rischierebbe di essere un generale, magari un sergente, ma comunque senza soldati. Alzare la voce a nome del «cattolicesimo democratico» può essere una strategia di battaglia per cercare alleati, vecchi e/o nuovi.