Il personaggio Manzitti, padre del Terzo Valico

«Nel 1988 maturai l'idea di un collegamento ferroviario Genova-Milano attraverso un nuovo valico. Ricordo che fu a Laigueglia, mentre passeggiavo sulla spiaggia, che per la prima volta iniziai a pensarvi. Ero partito da due considerazioni di fondo: l'insufficienza del collegamento attuale, che risaliva al secolo precedente, e la previsione di un aumento dei traffici che non si sarebbero potuti riversare unicamente sulle autostrade. Con un collegamento veloce, Genova si sarebbe potuta inserire nel progetto di alta velocità che era già in funzione in alcuni Paesi europei e che si stava pensando di attuare anche in Italia. Lo avevo pensato anche nella prospettiva di dare respiro all'economia cittadina, per gli indubbi vantaggi che ne sarebbero derivati».

A parlare così è Giuseppe Manzitti che, poco prima di morire nel 1999, ha affidato al suo libro «Tempo di ricordare», pubblicato nel giugno scorso da De Ferrari Editore, il bilancio della sua lunga e intensa esistenza. Aveva 89 anni Manzitti quando, insieme ai ricordi di tutta una vita, ha voluto inserire anche quello che descrive come è nato il progetto del collegamento ferroviario veloce,che dovrebbe rilanciare l'economia genovese e ligure. È morto senza avere la soddisfazione di vedere realizzato il suo sogno, ostacolato da veti incrociati e difficoltà burocratiche di ogni genere. Senza sapere che solo in questo periodo, a distanza di dieci anni dalla sua morte, venerdì 6 novembre finalmente il Cipe ha autorizzato lo stanziamento dei primi 500 milioni per aprire i cantieri della grande opera entro Natale. Il suo testimone è stato raccolto da un politico determinato come Claudio Scajola, ministro per lo Sviluppo Economico, che ha portato avanti il progetto mettendo sotto accusa «iter burocratici troppo lunghi, a livello centrale e locale ».

Ma sarebbe riduttivo parlare del libro di memorie di Giuseppe Manzitti senza accennare a chi fosse e che cosa rappresentò quest'uomo per Genova e per la Liguria. Manzitti, avvocato di professione, cattolico per fede e per principi, fu per 37 anni una delle figure più rappresentative della Confindustria genovese, prima come direttore generale e poi come presidente. Dagli anni Cinquanta agli anni Novanta non ci fu personaggio illustre della politica e dell'economia ligure con cui non venne in contatto. Conobbe tutti i protagonisti della scena politico- economica regionale e nazionale, e di tutti ci ha lasciato un piccolo affresco, qualche volta benevolo, altre un po' più amaro.

Del cardinale Siri, per esempio, non aveva grandestima. «Io lo trovavo un po' mitomane: - afferma - si inventava quello che gli piaceva. Con me era cordiale, ma avevo l'impressione che ci prendessimo in giro reciprocamente: io non lo prendevo sul serio e lui non prendeva sul serio me. Era tutto falso quello che mi voleva far credere, come i suoi interventi sul piano politico e sociale. Aveva un grande seguito e prestigio, ma onestamente non credo che lo meritasse. Non era attendibile».

Manzitti, ormai vecchio e stanco, reduce da tante battaglie anche sul piano della salute, parla francamente e senza mezze verità. Nei suoi ricordi si trovano dunquei ritratti, tra gli altri, di Edoardo Garrone, Rocco Piaggio, Paolo Emilio Taviani, Enrico Mattei, Mauro De André, solo per citarne alcuni. Così come non mancano aneddoti e descrizioni sul ruolo avuto dalle maggiori famiglie genovesi nella ricostruzione della città e su ciò che esse oggi rappresentano.

Ma l'aspetto più intimo e personale Giuseppe Manzitti lo affronta parlando della sua famiglia, dei genitori, degli zii e delle zie, dell'amatissima moglie Rosanna, dei figlie dei nipoti  Anna, Matteo, Francesca e Tommaso cui, amorevolmente, dedica le sue memorie. Chi lo ha conosciuto nel pieno della sua attività in Confindustria, gentiluomo impeccabile nei modi e nel portamento, alto e distinto nei suoi completi scuri, sempre attento a non attirare su di sé l'attenzione, difficilmente potrebbe immaginarlo nei panni dell'agente segreto che durante la seconda guerra mondiale effettivamente fu.

Antifascista convinto, dopo l'8 settembre del 1943 venne internato in un campo di concentramento in Albania dai tedeschi, riuscì a fuggire e a raggiungere le truppe inglesi diventando un effettivo dell'Intelligence Service. «Forse il periodo della mia vita in cui ritengo di essere stato più utile è quello della guerra in Albania, quando sono riuscito a far rientrare in Italia migliaia di soldati italiani - scrive Manzitti, facendo un bilancio della sua vita -. Se penso a quello che è successo a Cefalonia, quando i soldati italiani vennero tutti uccisi dai tedeschi, credo di aver fatto qualcosa di buono. E poi ricorderò sempre quel periodo per l'amicizia con Tony Quayle».

Il Quayle di cui parla l'autore è quel Sir Anthony Quayle, allora maggiore dell'Intelligence britannica e poi divenuto attore di fama mondiale con film come «I cannoni di Navarrone», cui la Regina concesse il titolo di baronetto dell'impero britannico. Quayle, compagno d'armi e di tante avventure in un periodo terribilmente drammatico come quello bellico, fu il migliore amico di Giuseppe Manzitti e tale restò per tutta la vita.

Ma Giuseppe Manzitti non fu solo il «padre» del terzo valico. È infatti sempre a lui che si deve la realizzazione della redazione genovese del Giornale. «In quel periodo capitava spesso di arrabbiarsi con Il Secolo XIX - racconta ricordando le polemiche con Piero Ottone, allora direttore del quotidiano - e, di conseguenza, di cercare di aiutare gli altri giornali. Ad un certo punto, però, ci sembrò che ciò non potesse essere più fattibile: allora con Angelo Costa, quando a Milano era decollato il Giornale nuovo di Indro Montanelli, pensammo che fosse possibile aprire una redazione genovese di quel quotidiano. Mi occupai personalmente dell'operazione, che aveva bisogno di un sostegno finanziario, dopo avere incontrato Montanelli e i suoi uomini, tra i quali Gianni Biazzi Vergani e Cesare Zappulli, due grandi giornalisti, e Gianni Granzotto, l'amministratore delegato».

Ed è a lui, dunque, che si deve l'edizione ligure del Giornale, unica voce controcorrente in un panorama mediatico regionale monopolizzato dalla sinistra. Ma questi sono soltanto alcuni dettagli del memoriale di Manzitti. Un libro che comunque andrebbe considerato non solo come il ricordo di un'epoca ormai tramontata, bensì come un monito per evitare errori fin troppo grossolani per il futuro. La sua Genova non lo dimenticherà.

«Tempo di ricordare - Dalla ricostruzione del dopoguerra ai binari del futuro » di Giuseppe Manzitti. Editoriale Tipografica De Ferrari, 207 pagine, 16 Euro.