Come a Perugia l’accusa riscrive le prove

Churchill diceva che è meglio aver ragione che essere coerenti. In sé dunque non c’è nulla di male nella svolta del pm di Vigevano che ha spostato di almeno un paio d’ore la morte di Chiara Poggi. Se da un processo emergono nuove risultanze istruttorie è giusto, anzi doveroso, tenerne conto. C’è però un’analogia sottilmente inquietante che lega i due grandi processi per omicidio degli ultimi giorni: il delitto di Garlasco, e quello di Meredith Kercher a Perugia, costato 26 e 25 anni di carcere ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito. E l’elemento comune è la prontezza dell’accusa nel negare e riscrivere le ipotesi che hanno portato al rinvio a giudizio, via via che queste vengono contraddette.
Nel caso di Vigevano il problema è legato al computer su cui Stasi stava scrivendo la tesi: l’ultima perizia ha dimostrato che era acceso nelle ore in cui si riteneva Chiara venisse uccisa. Stasi, dunque, stava lavorando. Tutto da rifare, allora? Per nulla: basta spostare l’orario della morte quando il pc era spento, e cioè dopo le 12.20, per rimettere in piedi l’accusa. Pazienza se poi il legale della famiglia Poggi insiste nel dire che il delitto va spostato sì, ma indietro e non in avanti, e che è avvenuto poco dopo le 9. Pazienza quindi se nemmeno accusa pubblica e privata finiscono per essere d’accordo.
A Perugia il problema rimasto irrisolto è stato quello del movente: prima indicato in uno stupro di gruppo mai sostanzialmente provato in aula, poi fatto virare verso i dissapori tra Amanda e Meredith. Sia a Vigevano sia a Perugia l’impressione che se ne ricava è che non sempre i dibattimenti servano a verificare un’ipotesi d’accusa e a trovare il colpevole. Talvolta, trovato il colpevole, servono a costruire un’ipotesi d’accusa.