Peruviana travolta, si costituisce il «pirata»

Aveva nascosto la sua Audi nel garage di casa

I carabinieri erano ormai sulle sue tracce. Questione di ore e lo avrebbero preso comunque. L’appello lanciato in televisione dal capitano Luigi D'Ambrosio, comandante della Compagnia di Monza e dal tenente Marco D’Aleo ha colpito nel segno. L’investitore che ha travolto e ucciso, all’alba di martedì a Monza, Celia Moscovo Benites, una peruviana di 42 anni, madre di cinque figli, occupata come infermiera del carcere di Monza, si è presentato «spontaneamente» ai carabinieri di Concorezzo. Nelle tre ore di interrogatorio ha ammesso l’incidente, ma non di essersi accorto della donna.
Essendosi costituito entro 24 ore dai fatti, ha scampato l’arresto e anche la prova del «palloncino» per verificare se stava guidando in stato d’ebbrezza. È stato denunciato a piede libero con l’accusa di omicidio colposo e omissione di soccorso e gli è stata anche ritirata la patente di guida.
A convincere il ragazzo, nato a Monza 21 anni fa, residente a Concorezzo, ma abitante con i genitori ad Arcore, è stato il padre, un piccolo imprenditore, 50 anni. L’uomo, insieme a un amico di famiglia, un carabiniere in servizio alla stazione dei carabinieri di Monza, hanno accompagnato il ragazzo, un parrucchiere attualmente disoccupato. Il giovane aveva nascosto nel garage di casa l’Audi A3 scura alla cui guida si trovava martedì mattina. Il ragazzo era di ritorno con un suo coetaneo residente a Concorezzo, dalla discoteca «Old fashion» di Milano dove entrambi avevano trascorso gran parte della notte.
A causare l’urto contro il guardrail sarebbe stata una improvvisa perdita di controllo dell’auto che, secondo i due, giustificherebbe la frenata di 18 metri ritrovata sul cavalcavia. Erano da poco passate le 6,30 sulla rampa d’accesso al viadotto di viale Fermi a Monza. Celia Moscovo Benites aveva appena staccato il suo turno di notte al carcere di Monza, dove faceva l’infermiera per conto di una cooperativa. Si era incamminata lungo il viadotto per raggiungere la fermata dell’autobus diretto a Milano. All’improvviso l’urto mortale.
Ora il magistrato dovrà fare luce sulla vicenda in relazione anche allo stato in cui è stata rinvenuta l’auto: il parabrezza e il finestrino laterale frantumati e la fiancata ammaccata a tutta lunghezza. Rimane al vaglio della Procura anche la posizione dell’amico che potrebbe essere denunciato per omissione di soccorso.