Pesaola, quello che si faceva rubare l’idea

Tony Damascelli

L a voce del piccoletto è appena un fiato, quasi un rantolo. All’inizio. Gli anni sono quelli che sono, per la precisione ottanta, bellissimi comunque. La voce, dopo una, due, dieci parole si stiracchia e si trasforma nella cantilena di sempre, furbastra, «estronsa». Bruno Pesaola è il piccoletto, traduzione nostrana di un più bizzarro «El petisso». Il fatto deriva dai suoi centimetri di statura, gli furono utili per fintare, dribblare e andare al cross. Poi gli servirono per nascondersi nel canneto, cioè in panchina, faceva finta, agitando il braccio sinistro, di invitare i suoi giocatori a portarsi all’attacco, ma con il braccio destro, tenuto basso, li minacciava di stare al domicilio di difesa. Alla vigilia di una partita del Bologna con l’Atalanta un cronista bergamasco gli chiese che tipo di tattica avrebbe adottato: «E sciocheremo alatàco, come seempre», spiegò il piccoletto di Baires. Il giorno appresso, i bolognesi si barricarono nella propria metà campo fino all’ultimo secondo per stabilire lo 0-0. Il cronista di cui sopra, avvampato nel volto, scaricò la sua rabbia sul Petisso: «Lei ci ha preso in giro, lei è venuto a Bergamo pensando che siamo stupidi, spieghi perchè allora il Bologna ha giocato in difesa, al contrario di quello che lei aveva detto!». Pesaola allargando la bocca a fetta di cocomero replicò: «E se vede che la Etalanta ci ha rubato la idea».
Questo era, questo è ancora, a parte i graffi dell’età, i dolori che lo hanno costretto a rinunziare ai quotidiani quattro pacchetti di sigarette «soltanto perchè costano de più, etrooppo», al bicchiere di whisky «l’ho innaffiato», alle nottate al tavolo de la Sacrestia, con il golfo di Napoli alle spalle, l’acqua di mare davanti alla quale una notte disse a Josè e Omar, al secolo Altafini e Sivori: «Questa è come una vacca con tre tette, prendetene una, io mi tengo la più piccola e cercate di non litigare». Mettere insieme un argentino con la capa grossa, cabezon, e un brasiliano coniglio e furbo («avete mai visto un centravanti che non si sia mai fatto male nella sua carriera?»), metterli insieme non fu impresa facile ma il piccoletto ci riuscì, riuscì a vincere scudetto e coppa Italia, a Firenze, a Napoli, fece grandi cose con il Bologna, città che un po’ gli apparteneva, come Napoli del resto, per via di quel gusto per l’ironia e il perfido sarcasmo. Quando il Bologna le buscava, Pesaola correva alla porta dello stanzone dello spogliatoio, appoggiandosi con una mano allo stipite opposto, creando una specie di arco basso sotto il quale per forza i calciatori sarebbero passati e qui li apostrofava: «E complimèèènti Bulgarelli, e complimèèènti Perani e complimèèènti Fedele». I flagellati chinavano il capo, cornuti e mazziati.
Questo era Bruno Pesaola, uomo di football senza essere stato un campione, venuto dall’Argentina («Avevo 21 anni») dove i suoi parenti erano emigrati da Montelupone, terra di Macerata. Suo padre era un calzolaio, di nome faceva Gaetano, sua madre di La Coruna portava un nome dolce, Inocencia; l’unione lo rese «oriundo». Ai contemporanei che bevono il calcio in tivvù segnalo che il Petisso ha vissuto con Piola e Schiaffino, Valentino Mazzola e Di Stefano, Pelè e Maradona, e dunque quando lo senti parlare, mentre i suoi occhi roteano e sono olive nerissime, rivedi dribbling e gol, colpi di testa e tacchetti sulle gambe come quelli di Gimona, una brava persona del Palermo che ruppe tibia e perone al Bruno costringendolo a mollare la Roma che lo aveva accolto dall’Argentina. Erano anni di dolori. Pesaola ricorda che per lui, come per mille altri argentini e sudamericani del tempo, l’Italia era il paese della povertà: «Oggi la realtà si è invertita». Fece il viaggio al contrario con mille scali, si assicurò lo stipendio della Roma («120mila al mese più i premi, tutti esentasse, il salario di un operaio specializzato era di 30mila») in anticipo per versarlo alla madre perchè finisse di pagare la casa, dopo che Gaetano se ne era andato al Padre Eterno.
Quando papà Gaetano venne raggiunto da Ornella, moglie del Bruno, cambiò davvero l’esistenza di Pesaola, solo e solitario, con le sue mille sigarette, il whisky, il golfo di Napoli, l’unica voce amica di Roberto Diego, figlio e filosofo e regista. Ottanta anni non sono stati inutili, il Petisso agita il braccio sinistro, invita ad andare all’attacco, con il destro aspetta di chiudere la porta: «Il Padre Eterno prima o poi mi convocherà. Ma mica soltanto il sottoscritto». Sento il profumo di tabacco e di whisky.