Pesaro, ancora fischi e tafferugli per Ferrara

Dopo Bologna nuove contestazioni per il direttore del <em>Foglio</em>. &quot;Ai figli di papà spiego che l’aborto è un omicidio&quot;

Ancona - Niente uova, nemmeno un pezzo di mortadella. Stavolta il lancio sembra limitarsi a qualche banale slogan, «Buffone, tornatene in tv» e a qualche, più divertente, invettiva sul web: «Sì al movimento per la vita, intesa come circonferenza. Caro Ferrara, l’obiezione di coscienza falla fare al tuo ristoratore». Ma poi, alle sette di sera, ecco il blitz. Lo striscione srotolato in mezzo alla sala e subito fatto riavvolgere dalla polizia, i mazzi di prezzemolo agitati da una decina di ragazzine, il concerto per tamburi e padelle: «Giuliano sei brutto, oggi maiale e domani prosciutto». Gli spintoni, i tafferugli fuori dal teatro sperimentale di Pesaro, i 50 agenti in tenuta antisommossa. E alle dieci di sera, le Comunità Resistenti replicano con un «sit-in rumoroso» ad Ancona.

Questa la contraerea preparata nelle Marche per lo sbarco dell’Omone. Poca roba, rispetto alla rissa di San Petronio. Ferrara può riprendere fiato: «A Bologna erano aggressivi e cattivi. Io sono uno che sopporta i fischi, ma visto che erano così violenti, non mi è sembrato il caso di porgere l’altra guancia». Infatti lui ai contestatori ha voluto porgere soltanto i pomodori che gli avevano tirato sul palco.

D’altronde, come si dice in questi casi, «è la piazza, bellezza». E a Giuliano il Grosso la piazza piace e quindi la prende così come arriva. «Suscito emozioni forti - spiega - perché parlo di cose che appassionano. Vengo contestato perché dell’Alitalia, dell’Expo e dell’economia non frega niente a nessuno. L’unico tema che interessa è quello etico che propongo io. La vita».

Caffè, panino, gazebo, auto, teatro, tavoletta di cioccolata, ancora macchina, comizio, spremuta d’arancia. Porta a porta, strette di mano, suole da consumare. Nonostante i ritmi affannosi, Ferrara sta portando in giro per l’Italia il suo quintale e mezzo abbondante con disinvoltura. Ieri è toccato alle Marche: dal teatrino di Novafeltria, proprio sotto San Marino, allo sperimentale di Pesaro, fino alla chiusura serale ad Ancona, sempre scortato dalla polizia e dal capolista Pro-Life Roberto Lombardi, commercialista, gestore di cooperative scolastiche, ex presidente dell’associazione genitori scuole cattoliche. Certo era più facile l’altra volta, quando sfidò Di Pietro nel Mugello. Ma anche adesso il direttore del Foglio è riuscito a prendersi la scena. «Che noia questa campagna elettorale così piatta. Almeno noi ci divertiamo».

Personaggio scomodo, ingombrante non solo per la mole, ma per quello che sostiene. «Cerco di spiegare ai figli di papà che l’aborto è arcaico e non moderno. È un omicidio. Non mi batto per il Papa, ma per le donne». E l’ultima battaglia, in Piazza Maggiore, l’ha ringalluzzito. In mattinata si gode i titoli dei giornali, incassa la solidarietà di Sergio Cofferati e Fausto Bertinotti e la telefonata di Walter Veltroni. «Cofferati ha rilasciato dichiarazioni molto belle, da bravo sindaco. Gli avevo chiesto di mandare le ruspe, ma sono contento per le sue parole». Quanto alla polizia, nessuna polemica: «Poveracci, stanno lì che cercano di controllare la situazione. Finché i carabinieri impediscono ai centri sociali di linciare gli oratori di parte avversa, l’Italia si dimostra un Paese democratico».

Un pizzico di guasconeria non guasta. Anche se, a denti stretti, il giorno dopo ammette di essersela vista brutta. «Mi prendono di mira ovunque, però altrove c’era ironia. In Piemonte è andato tutto liscio. A Genova avremmo potuto campare di rendita per una decina di giorni, dopo il suicidio del medico e la vicenda degli aborti clandestini. Però abbiamo preferito tenere i toni bassi; a Conegliano mi hanno tirato la vernice. A Livorno hanno organizzato un concerto reggae accanto al muro della chiesa dove parlavo. A Firenze sono spuntati i centri sociali e un altoparlante con la sirena della polizia. Insomma, niente di che. Solo a Bologna ho trovato un clima incivile. E mi dispiace».

Non si dispiace affatto invece per il ritorno mediatico dopo l’aggressione. Giuliano il Grosso mostra con orgoglio il bavero del giaccone, lì dove si è schiantato un pomodoro. «È la mia medaglia». Non male per uno che, a dispetto delle sue dimensioni, si era già guadagnato l’etichetta di «candidato invisibile». A certificarlo, un censimento del garante delle comunicazioni secondo il quale Giulianone è all’ultimo posto in quanto a spazio nell’informazione tv e peserebbe meno dei consumatori, dei grilli parlanti e degli impotenti esistenziali. Fino al prossimo pomodoro.