A Pesaro e Milano già pronte le prime rassegne

da Roma

È un quieto venerdì santo, bisognerebbe digiunare e astenersi: siamo nella settimana di passione. Così non sembra un caso che, quando quel gran signore di Luigi Comencini si congeda dal mondo, le sue quattro figlie (le cineaste Cristina e Francesca, le produttrici Paola ed Eleonora) scelgano il silenzio. Parla il cuore. Chiusa nella sua bella casa di fronte a Villa Albani, dove l’unico rumore lo fanno i passi di chi passeggia in Via Savoia, la primogenita Cristina è amorevolmente assistita dal marito, il produttore Riccardo Tozzi, teso a organizzare le inevitabili incombenze del momento. Inutile negarlo: un padre che se ne va, sebbene a novant’anni, rappresenta sempre la tua insostituibile radice forte. E poi, quel lascito non detto, il dovere di proseguire, in prima linea, nel solco tracciato da un artigiano con l’oro tra le mani, incombe nella Pasqua imminente. «Conserviamo il ricordo delle estati al mare, tutte insieme, con papà a mamma», ha detto la più grande delle ragazze Comencini, quella che ieri mattina avrebbe dovuto fronteggiare la stampa (per via della sua commedia, un vero successo teatrale) e invece s’è ritrovata a fronteggiare le sue domande di figlia d’arte. Già dal primo mattino, lo staff di Enrico Lucherini, amico e press-agent della regista, scrittrice e commediografa, s’era infatti messo al lavoro per avvertire: impegni annullati, la Comencini ha perso il padre.
«Eravamo una famiglia normale, con giochi e risse da famiglia numerosa e quel gusto inimitabile del parlare di cinema con un papà, che faceva sembrare sempre un gioco anche quel lavoro che, sul set, prendeva tanto seriamente», ha ricordato la scrittrice (Pagine strappate, Passione di famiglia, Il cappotto del turco, la cura del libro paterno Infanzia, vocazione, esperienze di un regista). A vederla, magra e bionda come le rampolle romane di buona provenienza, non si direbbe che Cristina Comencini, classe 1956 e nonna serena, sia riuscita a tirar fuori La bestia nel cuore,un film duro da mandar giù, con quella storia di incesti e violenze familiari, poi riverberati, ma perché vissuti nel proprio inferno familiare, da un’altra figlia d’arte, Raffaella De Laurentiis. E pensare che, al suo primo apparire, alla Mostra di Venezia, La bestia nel cuore indusse i critici a ipotizzare quanto una simile vicenda potesse trovar riscontro nelle più segrete cose dell’animo femminile di chi la stava raccontando.
«Si può dire che tra me e Cristina ci siamo spartite, senza saperlo, l’eredità artistica di papà», ha notato, una volta, Francesca. «In modi molto diversi, abbiamo provato ad adottarne il rigore, il gusto della satira, la volontà di raccontare il reale, l’impegno su temi importanti». In effetti, Francesca (dopo le nozze col francese Toscan du Plantier, ora legata al direttore della fotografia Luca Bigazzi), che nel suo film Mi piace lavorare, delicato saggio sui problemi del mobbing, interpretato, tra l’altro, dalla figlia Camille Dugay Comencini (piccola star diretta anche da Ferzan Ozpetek nel lirico Cuore sacro) tocca corde diverse dalla sorella, ma somiglia tuttavia al padre nelle scelte sociali più evidenti, nella passione per il documentario. E mentre il familismo amorale, in Italia, dilaga in ogni ambito, la famiglia Comencini, iniziata con il matrimonio del lombardo (di Salò) Luigi e della napoletana Giulia Grifeo (zia dell’attrice Giovannella Grifeo), rappresenta un’isola di talento solido, ancorato alla tramandazione d’un mestiere che c’era, c’è e ci sarà.