Il pescatore Raoul Bova scopre un terrorista a bordo

Dal 18 nelle sale "Io, l’altro", un giallo sulle paure anti-arabe, girato da Mohsen Melitti, uno scrittore tunisino in esilio

Roma - Mentre i cittadini italiani si scoprono arcistufi di mandar giù le prediche sull’integrazione, sbarca sugli schermi un peschereccio che si chiama Medea. A bordo ci sono due Giuseppe, uno siciliano e l’altro tunisino (infatti il suo nome è Yousef), tesi a scoprire se, cercando pesci nel Canale di Sicilia, stiano dalla parte di Caino, invece che di Abele. Naturalmente, chi soffre il mal di mare dovrà fare a meno di guardare, per ottanta minuti, quest’opera prima del tunisino esiliato Mohsen Melliti, filosoficamente intitolata Io, l’altro (dal 18 nelle sale), tanto per ribadire che gli altri siamo noi e che tra me e il diverso da me differenza non c’è. Si balla parecchio, infatti, sulla barca di proprietà del pescatore siculo (Raoul Bova), che tra una ricucita di reti e l’altra, comincia a dubitare del proprio fraterno amico musulmano (Giovanni Martorana), perché alla radio ha sentito fare il nome di lui, legato alla strage di Madrid.

Possibile mai che Yousef, sodale di paranza, ogni domenica a pranzo con moglie e figli di Giuseppe bedduzzo, sia lo stesso terrorista arabo, ricercato da mezzo mondo? Anche se «la radio non è il Corano», come nota l’arabo, il dubbio è un verme che rode la fiducia e i due uomini in barca litigano di brutto, sullo sfondo dell’acqua azzurra: uno prende la pistola, l’altro lo chiude nella stiva e chiama la polizia, finché non tirano su il cadavere d’una poveretta extracomunitaria, buttata giù da uno dei tanti barconi della speranza. Giuseppe prega Dio, Yousef Allah, ma l’equilibrio è rotto e l’epilogo tragico di questo Kammerspiel ittico vede il primo ammazzare il secondo. Va da sé che il musulmano è innocente, reo soltanto di omonimia con il seguace di Bin Laden, qui grottescamente accostato a Padre Pio,nella scena in cui le rispettive barbe si confondono, mentre il sicilianuzzo Bova ha le allucinazioni (l’arabo, infatti, lo ha drogato, per scaraventare a mare la morta e non avere problemi).

Presentato sotto l’egida del sindaco Walter Veltroni, che all’occasione ha ospitato cast e stampa in Campidoglio, Io, l’altro è distribuito dalla 20th Century Fox e segna l’esordio di Melliti, scrittore e collaboratore di varie testate giornalistiche, che vive in Italia, perché proscritto dalla Tunisia dal 1980, a causa della sua condotta politica. «Analizzo la paura dell’altro da sé, mentre gli Usa “vendono“ al mondo un progetto più grande: la guerra», proclama dallo scranno capitolino, sotto le insegne di Papa Benedetto XVI. E ci sarebbe da chiedersi come mai un regista alle prime armi debba finire a parlare di politica filoaraba nella sede istituzionale del Campidoglio, tra le tele preziose di Pietro da Cortona. Meglio parlare di Raoul Bova, troppo fusto per essere credibile quando, con pose plastiche, si abbandona sulle nasse o chiama terra, via radio, rifacendo sempre capitano Ultimo.

«Il bombardamento mediatico, a proposito di terrorismo, mi fa paura. Quand’ero negli Usa, portavo i figli in sala giochi, dove nei videogames si sparava agli arabi. Immagini subliminali,che istillano un germe contro il mondo orientale: i media badino a non suscitare pregiudizi», intima l’attore.

Per la prima volta calato in un ruolo drammatico, semiteatrale, che lo costringe a parlare in dialetto siciliano (ma qualche romanesco «ahò», dietro ai vari «minchia», ci scappa sempre), Bova, dopo la deludente esperienza americana, tenta il salto di qualità. «Volevo vedere se sono all’altezza di cambiare. Quando ho letto la sceneggiatura del film, mi sono entusiasmato, rinunciando anche al cachet. Bisogna darsi da fare per abbattere i pregiudizi: la maggior parte degli arabi è buona», analizza il sex symbol, che ha finito di girare, con la regia di Claudio Fragasso, il thriller Milano-Palermo. Il ritorno.