Il pesce siluro non fa più paura e i pescatori s’improvvisano chef

nostro inviato al lago d’Endine (Bergamo)
Piacere, il mio nome è silurus glanis, anche se tutti mi chiamano pesce siluro. Se chiedo un poco d’attenzione è solo per raccontare quanto mi sta capitando nel lago d'Endine, uno specchio d’acqua molto carino a pochi chilometri da Bergamo. Io vivo qui da una ventina d’anni, più o meno. Come ci sia arrivato, francamente non lo ricordo. I vecchi lupi di lago, nei paesi di riviera, giurano che il mio ingresso risalga a un ripopolamento sbagliato: negli anni Ottanta, dopo un tremendo caso di inquinamento industriale, ci fu la necessità di importare pesce, e anziché scegliere le specie tipiche di questi laghi prealpini, fu ordinato un «Misto Po». Inutile dire che io c’ero, nel Misto Po: già da tempo frequentavo le acque del grande fiume. Così, per farla breve, eccomi qui. Lo dico sinceramente: più che in altri luoghi d’Italia, qui sto divinamente. Il motivo? Questione di ambiente: non più profonde di quattro metri, queste acque in estate raggiungono la temperatura di un brodino, praticamente un centro benessere per le nostre femmine, che difatti posano uova come alla catena di montaggio.
All’inizio, intrufolato nel Misto Po come tanti piccoli di altre specie, dalle rive non hanno notato la mia presenza. Molti dei nostri sono finiti all’amo ancora giovani, ma nessuno degli umani ci ha fatto caso: come aspetto somigliamo molto al pesce gatto. Nel frattempo, però, noi sopravvissuti abbiamo lavorato bene. Ci siamo allargati e ci siamo ingranditi. Soltanto nel ’95, quando un umano ha cavato dalle acque un mio collega di quattro chili, qualcuno là fuori ha mangiato la foglia. Troppo grosso, come pesce gatto. Ripensandoci adesso, posso aggiungere che probabilmente in quel momento è finita per noi la bella vacanza. Da quel giorno, vivere nel lago d’Endine non è più la stessa cosa. Almeno per me, che sono pesce siluro.
Certo, per un po’ abbiamo campato di rendita. Gli umani, inizialmente, ci hanno sottovalutati. Poi abbiamo voluto strafare. Non per cattiveria, né per cupidigia: è che siamo bestie fatte in un certo modo. Non ci manca l’appetito. Mangiamo di tutto: gli altri pesci, ovvio, ma non ci tiriamo indietro nemmeno con anatre, roditori, rane e quant’altro si muova a pelo d’acqua. Certo è una dieta un po’ ricca, tanto che fatichiamo a mantenere la linea. Se nel menù di giornata non capita un’esca attaccata all’amo, cosa che stronca all’istante la crescita, arriviamo al quintale. Col passare degli anni se ne sono accorti anche i pescatori. Hanno notato che sono sempre più rare le prede classiche, tipo trote o cavedani, mentre i siluri sbucano da tutte le parti. Lo ammetto, abbiamo esagerato. E loro, alla fine, hanno deciso di rispondere all’invasione. Sentite che razza di vita infernale è diventata la mia, qui nel lago d’Endine.
Cinque anni fa, la prima mossa. Il presidente dell'Associazione Pesca Valcavallina, Enrico Silva, chiama a raccolta i soci e lancia il proclama: visto che il mostro ha invaso il nostro lago - spiega - vediamo di accettare la sfida. Da oggi si apre «La caccia al siluro». Proprio una bella idea, lasciatemelo dire. Praticamente, i pescatori ci braccano tutto l’anno, da aprile ad ottobre. Per ogni chilo di siluro pescato, mille punti in classifica. A fine anno, vince chi ha più punti. Loro si divertono. Per noi, un’ecatombe.
Ma fosse solo questo. Il problema è che nel frattempo gli umani del luogo hanno cominciato ad assaggiare le nostre carni. Ovviamente non sono i primi: nelle zone lungo il Danubio, dove la mia gente vive da sempre, ci mangiano con molto gusto. Noi si sperava che l’eco non arrivasse fin qui, ma il passaparola è più forte delle correnti d’acqua. Così, sempre peggio. Gli umani hanno smesso di temerci. Adesso ripenso con nostalgia a quando, nei primi tempi, si alimentavano leggende di barche rovesciate e di pescatori morsi alle natiche. Tutte storie di paese, naturalmente. Tutto inventato dalla sottile paura. In realtà, i più robusti di noi quando abboccano si divertono a trainare in giro per il lago le barche dei pescatori, se loro non hanno l’accortezza di concederci un po’ di filo e di lasciarci stancare. Siamo bestie fiere, nel nostro genere. Lo riconosce onestamente l'assessore all’ambiente di Spinone al Lago, nonché grande pescatore, Dario Rebuffini: «Il pesce siluro è combattivo, ti fa sudare anche un’ora e mezza prima di cedere: per il pescatore, una soddisfazione».
Si sarà capito: non sono più rassegnati. In questa calda estate, la mossa più carogna. Hanno deciso di trasformare la nostra invasione, un tempo causa di depressione e sconforto, in una nuova risorsa per la zona. Sentite che razza di idee si è messo in mente il buon Silva, presidente dei pescatori: «Il pesce siluro diventerà un prodotto tipico del lago d’Endine. Lago paradiso dei pescatori, che sapranno come divertirsi, e da ora in poi paradiso anche dei buongustai. La carne è ottima: bianca, soda, delicata. Il pesce è brutto da vivo, ma buonissimo da cotto. Diventerà la nostra ricchezza».
Lo dico con molta mestizia: per me si sta mettendo malissimo. Siamo all’inverosimile. Proprio in queste sere, fino a domenica, sul lungolago di Spinone sarò servito in degustazione: fritto, carpione, umido. Di più: i ristoranti della zona mi hanno inserito nei loro menù. Si parla di un risotto eccezionale. Dillo a me, che ci sono dentro fino al collo. Commenta soddisfatto il presidente dei pescatori: «Stiamo facendo una scommessa. Vogliamo che un grosso guaio si trasformi in una nuova fortuna. Peschiamolo e mangiamolo, il brutto ma buono. Alla fine vediamo chi vince».
Cosa posso aggiungere io, che qui avevo trovato l’America. Solo questo: mi spiace ammetterlo, ma certe volte gli umani non sono stupidi come sembrano.