Pesci del Tevere, è allarme sanitario

Andrea Cionci

È da qualche tempo che da Ponte Garibaldi, nelle belle mattine di sole, si può osservare uno spettacolo da città del Terzo Mondo che lascia impietriti cittadini e turisti. Sulle sponde dell’Isola Tiberina, frotte di immigrati albanesi, romeni e asiatici, si raggruppano presso le soglie di fondo - luride cascatelle in cui ribollono rifiuti di ogni genere - dove, muniti di canne rudimentali, pescano, con sorprendente facilità, grossi cefali del peso medio di circa un chilo ciascuno. Il pesce, viscido e sanguinolento, viene prontamente riposto in sacchi e addirittura bidoni di plastica lasciati sotto il sole. Non occorre nemmeno l’esca per la voracità di questi pesci spazzini, noti per la scarsa qualità delle loro carni e per l’abitudine di vivere nelle acque più sporche; basta uno strappo... e via un cefalo, poi un altro e un altro ancora.
Gli spettatori rimangono choccati dalla situazione igienica che questa pratica lascia intuire. Per loro stessa dichiarazione, infatti, gli immigrati si cibano di queste prede, nella cui carne vi è quasi sempre un’alta concentrazione di batteri fecali. Ma è la quantità inverosimile del pescato - decine e decine di chili - a destare sospetti sulla sorte effettiva di questo pesce, una quantità che, tra l’altro, supera di gran lunga il peso consentito dalla legge per l’uso personale.
L’inquietante ipotesi che nasce inevitabilmente, riguarda una possibile commercializzazione clandestina del pesce o una sua immissione nel circuito ittico, italiano o straniero. Molti degli extracomunitari pescatori sono cinesi e alcune loro donne - soprannominate «le mondine» - sono spesso segnalate alla polizia fluviale nei pressi di Ponte Sant’Angelo mentre raccolgono le alghe del Tevere. Il dubbio è che forse questo fenomeno non rappresenti solo l’elementare soddisfacimento di necessità alimentari per della povera gente, ma che si sia trovato il modo di lucrare in modo illecito sopra questa attività o di sfruttare materie prime provenienti dal Tevere ad uso di ristoranti e trattorie. «Mi dispiace innanzitutto per i pesci - dichiara Monica Cirinnà, ambientalista Delegata del Comune di Roma per i Diritti degli animali (Gruppo Verdi) - tuttavia se la fauna ittica del Tevere è così popolosa è segno del fatto che il fiume è stato riqualificato dal punto di vista ambientale. Se questa povera gente deve pescare per mangiare, lo faccia pure, è una pratica sempre meno dannosa di quella pescatori sportivi». Moltissimi clandestini sono costretti a vivere sul fiume, in condizioni igieniche disastrose (un gruppo di extracomunitari ha trovato comodamente alloggio nella Cloaca Massima) e diversi di loro lavorano - in nero - come aiuto-cuochi e camerieri nei ristoranti della Capitale, a stretto contatto con i cibi che vengono serviti al pubblico.
«Da un punto di vista sanitario - spiega Maria Ciardi, infettivologa di fama internazionale e candidata al Comune per Forza Italia - non vi sono rischi gravi per chi si nutre del pesce del fiume, purché la carne sia ben cotta. I rischi riguardano chi vive a stretto contatto con l’ambiente del fiume, anche a causa della leptospirosi, malattia infettiva trasmissibile attraverso i ratti e i loro escrementi. Queste battute di pesca sul Tevere non offrono di certo un bello spettacolo per l’immagine della Città Eterna. L’esistenza di condizioni abitative estreme sul Tevere è sintomo della mancanza di un disegno strutturale teso alla reale tutela del decoro urbano; evidenzia, inoltre, il miope lassismo, spacciato per tolleranza, verso il fenomeno dell’immigrazione».