Pesenti, gli piaceva uccidere e lo fece per quattro volte

Madre e figlia a Bavari nel ’91, ma la scia di sangue parte nel ’76 da Carignano e via Lomellini

Paolo Bertuccio

C’è un’automobile, a bordo strada. È una vecchia 500 bianca, non può muoversi perché le due ruote destre sono finite nel canaletto. I due carabinieri si fermano per dare una mano al malcapitato conducente, ma prima controllano. Perché non è una nottata qualunque, a Bavari, quella tra venerdì 17 e sabato 18 gennaio 1991. Anche l’impressione per le freschissime notizie del secondo attacco notturno degli Stati Uniti all’Iraq passa in secondo piano, di fronte all’agghiacciante tragedia che si è consumata - scriveranno i giornali di domenica - in una palazzina di via Villa.
Erano le due. Una signora ha chiamato il 113 con voce terrorizzata. Ha raccontato che nell’appartamento al piano di sotto si sentivano dei colpi, delle urla fortissime. Che temeva per la vita delle due donne che abitano lì, ma che era troppo spaventata per intervenire. Ha aspettato, per interminabili minuti, mentre sotto di lei si scatenava l’inferno. Sempre colpi e urla. Voci femminili, quelle di Maria Grazia Villa, maestra disoccupata trentacinquenne, e della madre Anna Maria Carrozzino, 67 anni; ma anche le parole incomprensibili di un uomo, l’aggressore. Poi un silenzio raccapricciante, e i passi dell’uomo in fuga attraverso il giardino. La signora, che si chiama Rosa, l’ha visto: ha una grossa sciarpa a righe. Lo ha spiegato, sotto choc, ai poliziotti, mentre questi stavano ispezionando il luogo del delitto. Anzi, della mattanza. Perché il sangue è ovunque. La signora Carrozzino è stata sorpresa a letto, immobilizzata con del cavo elettrico ai polsi e colpita con un mattarello e poi con numerose coltellate. Credendo di averla uccisa, l’assassino è passato al salotto, dove si trovava Maria Grazia. Una tempesta di coltellate e botte, per lei e anche per la madre, che è riuscita, con le ultime forze rimaste, lasciando una evidente scia di sangue lungo il precorso, a raggiungere la stanza per un disperatissimo tentativo di difesa. Per finire le due vittime, il killer ha usato un trinciapolli, poi è fuggito portando via una manciata di gioielli e cianfrusaglie di poco conto.
Ed ecco che, neanche un paio d’ore dopo questo efferato duplice omicidio, due carabinieri trovano sulla strada un giovanotto sulla trentina che è uscito di strada con la macchina. Fa anche il gradasso, «Aiutatemi! Non fa parte del vostro lavoro aiutare i cittadini?», probabilmente è ubriaco. Decidono di perquisirlo, ma c’è poco da perquisire quando il sospettato indossa una sciarpa corrispondente alla descrizione della testimone, i pantaloni con grosse macchie di sangue e sul sedile del passeggero i gioielli spariti da casa Carrozzino. L’uomo non tenta nemmeno di negare, e confessa tutto immediatamente.
Valentino Pesenti, ventinove anni, ha una fedina penale lunga come la strada tutta tornanti che da Bavari scende in città e porta alla Questura. C’è di tutto: furto, rapina, scippo, ricettazione, perfino un tentato omicidio. Secondo la sua confessione, questo status di pregiudicato è, indirettamente, la causa della sua furia omicida. Aveva alloggiato in quella famosa palazzina, in un appartamento di proprietà delle due vittime, per sei mesi nel 1989, ma appena l’anziana padrona aveva scoperto il suo passato e la sua relazione segreta con la figlia, lo aveva mandato via. Aveva deciso di vendicarsi, prima o poi, così quella sera aveva rubato una 500 bianca e si era recato alla villetta, nell’intento di fare una rapina. Era entrato col volto coperto, ma la signora Anna Maria lo aveva riconosciuto, ed era iniziato in lui un raptus assassino. Per dirla con le parole di Pesenti stesso, «ho visto tutto rosso». Da quel punto in avanti, l’assassino dichiara di non ricordare nulla. Una confessione abbastanza lucida, ma non sempre credibile: ad esempio, emerge quasi subito che tra Pesenti e la Villa non c’è mai stata nessuna relazione. Insomma, i magistrati sanno che le parole di questo individuo vanno prese con le pinze. Per questo non sanno come comportarsi, quando Valentino Pesenti confessa candidamente di aver commesso altri due omicidi. Due casi irrisolti che sonnecchiano in Procura a Genova, in un fascicolo archiviato da ormai quindici anni.
Il 25 marzo 1976, la fotografia che mostra i muri della casa della contessa Elisabetta Thellung, nel quartiere di Carignano, pieni di macchie di sangue finisce su tutti i giornali. La dama di compagnia, Giovanna Grattarola di 89 anni, è stata barbaramente uccisa. Gli assassini - perché secondo gli inquirenti un macello simile non può essere stato compiuto da un solo uomo - hanno infierito sulla povera donna con coltelli, bastoni, perfino una mezzaluna trovata in cucina. Tutto questo per una catenina d’oro e una sveglia, nemmeno tanto preziosa. I sospettati sono alcuni clochards, visto che è abitudine di casa aprire la porta ai bisognosi e dar loro un pasto caldo; poi ci si sposta su di un imbianchino di cinquant’anni, visto uscire dal portone all’ora dell’omicidio. Verrà scagionato dopo poco tempo, e il caso finirà in archivio.
Il 31 agosto 1976 la signora Vera Doro è preoccupata. Sono le 12.50, e solitamente il marito alle 12.35, non un minuto di più, non uno di meno, entra in casa per pranzo, dopo aver chiuso il negozio di pelletteria che gestisce in via Lomellini. Il suo nome è Kuo Yuen Suo, viene dalla Cina e vive da quasi vent’anni a Genova. È simpatico, ben voluto da tutti i commercianti della zona e, soprattutto, puntuale. Questo ritardo preoccupa Vera, che esce per andargli incontro. Arriva fino al negozio e trova la saracinesca abbassata, ma non chiusa. Guarda dentro e non trova nessuno. Allora torna verso casa col cuore in gola, ma un balordo la ferma e le scippa la collana. Sconvolta, Vera chiama la polizia, e appena arrivano gli agenti racconta tra le lacrime di non essere preoccupata per la collana, ma per il marito. A questo punto viene effettuato un sopralluogo al negozio, e Kuo Yuen Suo è nel retrobottega, coperto con un telo di plastica e con due pallottole calibro 7,65 nella schiena. Si pensa ad una rapina, ma mentre i soldi dell’incasso (una cifra irrisoria) mancano, è ancora presente nel portafoglio della vittima la somma di trecentomila lire. Lo scippatore della donna, tale Patrizio Saluzzi, dapprima accusato dell’omicidio, viene scagionato. Le indagini cercano di scandagliare una eventuale doppia vita del cinese, ma non si trova niente. Nessun riscontro nemmeno per quanto riguarda un eventuale racket delle estorsioni, così anche questo caso va a prender polvere su uno scaffale. Finché, dopo tre lustri, viene riaperto insieme a quello dell’omicidio Grattarola, per via dell’inaspettata confessione di uno che, all’epoca dei fatti, aveva quattordici anni.
Pesenti racconta tutto con dovizia di particolari, aggiungendo di aver provato un grande piacere nell’uccidere. Sembra altamente improbabile che le sue parole siano frutto dei ricordi di ciò che aveva letto sui giornali all’epoca. Inoltre, l’omicidio dell’anziana dama di compagnia è in qualche modo analogo a quello di Bavari per efferatezza e disorganizzazione, mentre in tutti e tre i casi viene rubata solo una parte trascurabile di tutto ciò che si poteva sottrarre alla vittima.
Valentino Pesenti viene processato per il duplice omicidio di Bavari. La corte non crede alla storia del «tutto rosso» e lo ritiene capace di intendere e di volere, e il 21 maggio 1992 viene letta la sentenza di condanna a trent’anni di reclusione.
Oggi si può leggere il nome di Pesenti tra quelli dei redattori de «La Grande Promessa», il bimestrale dei detenuti del carcere di Porto Azzurro, dalle cui colonne chiede riforme che promuovano misure di rieducazione alternative alla cella.