Pessotto tenta di uccidersi: era depresso

Gianluigi Nuzzi

nostro inviato a Torino

Giù dall'abbaino, tranciando la fila d'aghi antipiccione. Giù, un volo di 15 metri, quattro piani della sede bianconera, e il corpo che si frantuma con un colpo sordo sui sampietrini del parcheggio. Così si infila tra la 147 di Roberto Bettega e la Phedra impolverata, preferita ieri l'altro da Luciano Moggi. Questo tentato suicidio, questa tragedia dell'ex terzino e prossimo team manager della Juve Gianluca Pessotto, che si lancia nel vuoto con le dita incrociate al rosario, sintetizza il crepuscolo della Juve. Ci sono troppi motivi per dare una ragione al gesto comunque folle di togliersi la vita. Di un fresco ex giocatore di una grande squadra sconvolta prima dal doping e oggi dai trucchi di Big Luciano. Voci. Vuoi vedere che l'hanno talmente dopato che una malattia lo stava divorando? Ancora voci. No, no senti qua, Pessotto scommetteva come Gianluigi Buffon; macché era intimo di Moggi: il ventilatore del fango gira veloce. Invece, è un dramma familiare, personale, la depressione che scava impietosa, il matrimonio che, pare, scricchiola. Se si separano maturano un addio inaffrontabile per uno come lui, poi, che era tutto chiesa, famiglia e pallone.
E certo che le scarpe al chiodo, gli scandali ti fanno sprofondare se già di tuo stai male, con la morte nel cuore. Così ieri mattina è entrato in sede, ha salutato veloce il portiere Luigi e poi due rampe di scale a doppio gradino come amava salire per sentirsi in forma, lì alla segreteria sportiva per quattro chiacchiere. Fino alle 12.30. Poi gli altri 80 tra impiegati e dirigenti del club bianconero l'hanno perso di vista. Sparito. Riaggancia il telefono con la moglie Reana, ennesima discussione sul fine settimana a Laigueglia, in Liguria. Con un amico di lei, il parrucchiere dei vip sotto la Mole ma lui ha un altro dna e altro per la testa: «Devo pensare alla Juve». Balle, la scelta è già compiuta. Gianluca sale, sorpassa l'ufficio di Bettega, costeggia la sala del Consiglio al terzo piano. Ancora un altro giro di scale, senza farsi beccare. Cerca la morte Pessotto. Cerca prima il solaio, poi la porta, infine quella finestra. E il vuoto.
Ha guardato giù, lasciando sul davanzale il telefonino e il portachiavi. Fa venire in mente la casistica infinita dei suicidi che vogliono sfregiare loro stessi. Così l'ordine, la mente li porta a lasciare gli oggetti personali. La segretaria di Roberto Calvi, il banchiere di Dio dell'Ambrosiano, si tolse addirittura le scarpe, appaiandole sul davanzale, prima di lanciarsi anche lei dall'ufficio di tutti i giorni. Ma Pessotto un lavoro ancora non l'aveva. O meglio, interessi ne coltivava tanti. Studente innanzitutto, visto che da geometra contava di laurearsi in giurisprudenza. Con i libri aperti sul comodino. E prossimo team manager del club. Se non fosse che i dirigenti distratti dal ciclone Moggi e dal Cda rasato al suolo, non gli avevano ancora dato una scrivania, un telefono, l'armadietto. Quando poi è sceso giù nessuno ha capito più niente. Le ragioniere che strillavano per le scale, Gianluca che boccheggiava. Uno strazio. Allo schianto, Luigi, il portiere, non se n'era nemmeno accorto: «Il colpo? Pensavo che fosse l'ascensore. Sa ogni tanto singhiozza e si ferma».
Qui nessuno l'immaginava e nessuno se n'è accorto. L'hanno ripetuto agli agenti della mobile, che ha interrogato impiegati e manager per tutto il giorno. Da copione. «È atroce, atroce - riesce a dire la moglie Reana in ospedale mentre sorseggia dell'acqua al bar - lui sta un po’ meglio, pensate a come sto io… ». Piange. È sotto choc e divide con altri l'inevitabile senso di colpa. La sorregge Alessio Secco, il nuovo direttore sportivo. La Rianimazione dell'ospedale Molinette, dove è ricoverato, sta a meno due. Due piani sotto terra, in corridoi bui, con le flebo che corrono attaccate ai disperati.
Reana, capelli biondi arruffati, vestita di bianco, arriva di corsa, sbaglia ingresso. Il panico piega la sua bellezza. La proteggono due portantini: ma che le dici, che le spieghi? Poi il cordone della polizia stringe il pronto soccorso. E arrivano tutti, il circo mediatico fuori, dentro Michelangelo Rampulla, Romy Gay, Roberto Bettega, Andrea Agnelli, figlio di Umberto. Fino al muso nero del gippone, vetri oscurati, con Del Piero, Zambrotta e Ferrara. Amici: «Sono ragazzi speciali - commenta Reana - abbiamo pianto insieme». Gianluca è sedato, intubato.
Entra esce dalla sala operatoria. Due interventi a distanza ravvicinata per bloccare l'emorragia di un'arteria e assestare il bacino. Poi la risonanza magnetica e stamane l'equipe ortopedica di Claudio Robbia per sistemare le fratture esposte di gamba e piede. Solo domani i medici diranno se ce la farà.