Pestato e rapinato per aver tentato di fare un reportage sugli immigrati

Voleva fare un reportage sull’accoglienza e sulla tolleranza dei genovesi nei confronti dei clandestini e degli immigrati nei carruggi della solidale città di Genova.
Manco a dirlo, i tunisini che voleva intervistare, lo hanno raggirato e gli hanno teso una trappola. Quindi lo hanno pestato e sbattuto a terra. Gli hanno fregato il borsello, il portafogli e se ne sono scappati via nella casbah dei vicoli.
È proprio così che quei «poveretti» clandestini, vittime di guerra e di miserie, tenaci osservatori del pacifico Islam, hanno ripagato la solidarietà dei genovesi.
Soltanto grazie alle provvidenziali telecamere della questura installate in via Prè, gli investigatori della Squadra mobile sono riusciti in pochi giorni a risalire agli autori del pestaggio e del furto. L’aggressione al giornalista pubblicista, che lavora anche per un giornale online, è avvenuta la notte del 3 luglio, ma il più violento dei tunisini è stato arrestato l’altro giorno. Il 36enne immigrato è stato rinchiuso in una cella a Marassi.
È uno dei soliti nordafricani che va e viene dall’Italia, con scopi ben differenti da quelli che hanno i profughi provenienti dalle zone di guerra.
Il giovane, infatti, era già arrivato nel nostro territorio nel 1994. Era stato pizzicato più volte per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti ed altri reati legati alla microcriminalità, che tanto fa paura a turisti e residenti del centro storico.
Era stato cacciato dall’Italia e si era ripresentato più volte a Genova e in altre città. Il tunisino, nel marzo scorso, ci aveva riprovato ed era riuscito a farla franca sbarcando a Lampedusa.
Era rimasto ospite a nostre spese fino all’inizio di maggio. Poi aveva ottenuto quel tanto discusso permesso di soggiorno, che aveva originato tensioni pure con i cugini d’Oltralpe, decisi a lasciare dietro la sbarra del confine i nordafricani di quel tipo.
Il 36enne aveva quindi raggiunto Genova e si era stabilito nei carruggi.
L’altra sera era stato contattato dal giornalista e si era mostrato un «amicone», un «bravo ragazzo», un «povero Cristo» immigrato, del quale si poteva raccontare la triste storia e la fuga dai cattivi e dalla miseria.
Invece, il tunisino si era messo d’accordo con altri due complici. Aveva tenuto sotto braccio il giornalista fino a via del Campo, quando, da un vicolo, erano sbucati gli altri complici. I tre lo avevano aggredito e pestato rubandogli tutti i soldi e scappando con il bottino.