Petardi, insulti e minacce: il sabato folle dei no global

I militanti barricati nella "Bottiglieria" sono scesi dal tetto. Ma ieri sera l'ennesimo corteo ha bloccato il traffico in zona

E con ieri, siamo arrivati alla terza giornata di «sequestro della città» da parte degli antagonisti, sul piede di guerra da giovedì dopo lo sgombero del centro sociale «Bottiglieria». Con presidi e cortei hanno bloccato il Ticinese, paralizzando così il traffico in mezza città. Alla fine i cinque «compagni» rimasti per due giorni e mezzo sul tetto dell’edificio «okkupato» sono scesi, sono stati portati in trionfo e verso le 19.30 la comitiva si è sciolta. Anche se rimane l’impressione che i «compagni» non si terranno a lungo il rospo nello stomaco e tenteranno presto di prendersi un altro edificio.
La nuova convulsa giornata era iniziata alle 15, orario previsto per un presidio di protesta in Porta Genova contro lo sgombero dell’edificio di via Savona 18. Lo stabile era stato occupato a giungo dagli anarchici appena cacciati dal centro sociale «Lab Zero» di via Ripa di Porta Ticinese 83. Sulle prime poche decine di giovani poi, con comodo, verso le 17 sono arrivati i soliti «capetti», il numero è salito fino a 250, e i «centrosocialisti» hanno iniziato a rumoreggiare per uscire dalla piazza al grido «corteo corteo». Subito bloccati da polizia e carabinieri, hanno fatto partire la solita estenuante trattativa con la questura. Che alla fine li lasciva sfilare, incassando in cambio la fine della protesta sui tetti. Giovedì mattina infatti al momento dell’irruzione, sette ragazzi erano riusciti a salire sul tetto dove avevano passato una prima notte. Anche se due erano poi scesi tra venerdì e ieri mattina. Ma evidentemente anche la resistenza dei 5 irriducibili doveva essere agli sgoccioli e gli antagonisti hanno ribaltato la frittata chiedendo a gran voce che la polizia «facesse scendere i compagni».
E così tra grida e insulti, bersaglio le forze dell’ordine e l’immancabile vice sindaco Riccardo De Corato che tutti voleva «a testa ingiù», il corteo si snodava lungo via Colombo e viale Coni Zugna. Poche centinaia di metri percorsi in quasi un’ora tra fumogeni e petardi fino all’imbocco con via Savona. Qui, secondo i patti, il capo della Digos Bruno Megale accompagnava una mezza dozzina di loro fino ai tetti dove i cinque sopravvissuti venivano invitati a scendere. Appena in strada venivano caricati in spalla e portati il processione facendo il percorso all’inverso. Trovando il tempo per vergare scritte contro le forze dell’ordine in via Gorizia.
Alle 19 eccoci tutti in piazza XXIV Maggio, dove venivano accesi gli ultimi bengala ma cominciava anche a piovere, per cui la giornata di lotta poteva considerarsi conclusa eroicamente. I ragazzi si allontanava a gruppetti, pedinati da agenti in borghese per evitare estemporanee marachelle. Perché rimane comunque il sospetto che da qualche parte, e presto, gli antagonisti torneranno protagonisti di altre azioni «rivoluzionarie».