Peter Brook, un «Inquisitore» senza fronzoli

Giovanni Antonucci

Il grande Inquisitore, di Peter Brook, in scena al Teatro Valle di Roma, è la conferma che si può fare del grande teatro con una pedana e due sgabelli. È un esempio per tanti nostri registi avidi di scene megagalattiche, di costumi preziosi, di luci sofisticate. Ciò che conta a teatro è un testo di alto livello e qui abbiamo I fratelli Karamazov di Dostoevskij, un attore di straordinaria sensibilità qual è Maurice Bénichou, un regista del talento e della cultura di Peter Brook, in grado di darci sempre con assoluto rigore tutte le vibrazioni e i risvolti dell'opera proposta. In meno di un'ora, Brook propone al pubblico, coinvolto come poche volte, un testo narrativo che pure riesce a sprigionare una singolare forza teatrale. La leggenda del grande Inquisitore, contenuta nei Fratelli Karamazov, è inquietante e di stupefacente attualità nel raccontare l'incontro fra il Grande Inquisitore di Siviglia e il Cristo che compie miracoli davanti alla folla. L'Inquisitore non esita ad arrestarlo e a incolparlo di aver dato agli uomini il libero arbitrio, la consapevolezza della libertà, di cui essi hanno paura e che non hanno saputo accettare pienamente. Di fronte al Cristo muto, l'Inquisitore accusa Dio di aver costretto l'uomo a scegliere fra il Bene e il Male, un fardello pesante. Dostoevskij non ha dubbi: la libertà e l’eguaglianza sono possibili solo in Cristo. Le luci essenziali eppure così suggestive di Philippe Vialatte e la musica di Antonin Stahly contribuiscono a fare di questo spettacolo un evento.