Peter Brook: oggi il palcoscenico è lo spazio di Dio

Enrico Groppali

da Londra

Mi avevano detto che l’uomo era stanco, malato, lontano dal mondo e, in questi ultimi tempi, acerrimo nemico della conversazione. Mi sono trovato davanti, invece, un ottantenne vivacissimo e ispirato, che del malato non ha né l’atteggiamento distaccato e dolente, né la finta condiscendenza del demiurgo quando decide, controvoglia, di regalare brandelli di frasi fatte a un pubblico di facili adepti. Glielo dico, e subito l’eterno collegiale di Oxford che, prima di innamorarsi della scena aveva appassionatamente flirtato col cinema (che tra l’altro non ha mai abbandonato), prorompe in un’omerica risata mediterranea che smentisce immediatamente il suo aspetto di classica compostezza.
Mr. Brook come mai negli ultimi anni il suo universo espressivo si coagula, sul palco, nel viso, nel corpo, nella parola di un solo interprete? È morta la comunione teatrale, si è forse dissolto per sempre il sogno di rappresentare negli spazi e nei territori più impervi la vita e le aspirazioni dell’uomo?
«Non si è affatto dissolta, ma purtroppo si è mortificata. Le diverse culture, col tremendo diffondersi dell’omologazione che ha cancellato la loro storia pubblica e la loro vicenda privata, si stanno spegnendo in una curiosa concomitanza col surriscaldamento del pianeta che provoca le terribili ca- tastrofi cui stiamo assistendo...».
Mi sta dicendo che l’uomo resta sempre più solo a combattere coi suoi fantasmi?
«L’individuo intelligente e sensibile che si trova a fronteggiare lo scempio senza poterne arrestare l’orrore, ha oggi un unico strumento a disposizione: parlare con la voce dei poeti di ciò che ci sta accadendo».
Oggi, con l’inconfondibile sigla di Peter Brook, il francese Maurice Benichou porta nel mondo Il grande inquisitore, il famoso discorso di Dostoevskij dove non mi pare proprio che si sfiorino questi problemi...
«Ha torto. Perché l’Inquisitore, condannando Cristo a tornare nel cielo da cui proviene e a non calarsi più sul nostro piccolo pianeta, rappresenta la desacralizzazione del mondo contemporaneo».
Sarebbe a dire?
«Cristo, se oggi tornasse tra noi, farebbe la figura di un santone che distribuisce miracoli. Ma resuscitare qualche morto e tramutare qualche sasso in pane e in vino, non serve a nulla. Perché gli sarebbe comunque inibito di predicare. Prima di tutto dalla sua stessa dottrina che, diventata espressione del- la Chiesa, anche se volesse non può più predicare la pace». Perché?
«Perché deve difendersi dall’ipocrisia del mondo che vive in perenne stato di guerra».
Ma lei, di recente, ha diretto anche La morte di Krishna dove l’eroe divino, scomparendo, rifluisce nella pace del cosmo. Qual è allora il messaggio di Peter Brook sull'unica religione che oggi l'uomo possa abbracciare, se vuole riscattarsi?
«La conoscenza di se stessi. Che non può prescindere dalla scienza, come ho cercato di mostrare nel mio spettacolo Io sono un fenomeno, dedicato al nostro modo di percepire il reale, ma non può limitarsi ad essa. Perché Dio ci sovrasta e, appena dimostrata una tesi, ci stupisce ponendo dinanzi a noi un nuovo problema da risolvere».
Ha qualche progetto cinematografico?
«Sono deluso dalla distribuzione. Che, tanto per fare un esempio, tranne che a Parigi e a Londra si è disinteressata a Meetings with remarquable men (Incontri con uomini straordinari), il film sulla vita Georges Gurdjieff, il mago del Caucaso che ho girato tempo fa con Terence Stamp protagonista».
Come mai, dopo aver diretto nel suo Paese e nella sua lingua i più grandi attori del Novecento, da Laurence Olivier a John Gielgud, ha voluto fondare una compagnia di interpreti di nazionalità diverse lasciandoli esprimere nella loro parlata originale?
«Perché il palcoscenico deve rispettare la vita, dove i suoni della natura si combinano nella loro diversità. È una questione di libertà. Nessuno deve essere costretto a servirsi di espressioni contrarie alle proprie radici. Che fanno parte del cielo».