Peter Seeger: "Resto dalla parte dei poveri ma non sono più comunista"

Il padre del folk americano incide un cd per ricordare i suoi brani originali poi reinterpretati da Bruce Springsteen

«La vita è buffa. Ho 88 anni, ho sempre cantato canzoni di protesta, ho marciato per la pace con Martin Luther King, ho fatto il ribelle e ora mi cercano dappertutto. Stanno persino girando un film su di me che s’intitola The Power of Song». Il potere della canzone, titolo quanto mai appropriato per la storia di Pete Seeger, insieme con Woody Guthrie il padre della musica popolare americana, quello che ha fondato i gloriosi Weavers, che ha cullato i sogni di milioni di persone sulle note di We Shall Overcome e di mille altre ballate, il maestro di Bob Dylan, Joan Baez e Bruce Springsteen, che ha recentemente riletto i suoi classici nel cd e nella tournée Seeger Sessions, e a cui oggi il vecchio Seeger risponde riproponendo la versione originale, per solo banjo e voce, degli stessi brani.
«Springsteen è uno di noi - dice vivacemente l’arzillo vecchietto - uno di quelli che dà potere alle canzoni. Il nostro compito è quello di far cantare la gente, tornare al senso di comunità».

Quindi un ritorno al passato?
«Senza tecnologia il mondo non va avanti, ma non bisogna dimenticare le belle tradizioni; un tempo si cantava nei bar scolandosi una birra, si cantava lavorando, si cantavano le ninnenanne, ora siamo tutti nelle mani della te. 100 anni fa un musicista illuminato come John Philip Sousa scrisse il libro What Will Happen to the American Voice, (cosa succederà alla voce americana) quando uscì il primo grammofono, e non aveva tutti i torti».

Lei ha vissuto cantando le sue ballate in mezzo alla gente.
«Non è che disprezzi il successo. Con i Weavers cantavamo brani impegnati che volavano in testa alle classifiche. Ma la mia indole mi ha sempre portato a lottare per una società migliore; ho suonato per i minatori in sciopero, ho preso i treni merci al volo con Woody Guthrie, la mia vita è stata un’avventura».

We Shall Overcome è il suo inno.
«È un brano dal testo suggestivo e dalla bella melodia. È andato oltre le mie aspettative; nel ’94 andai in India, e un tizio che non parlava neppure inglese mi riconobbe e chiamò la sua bambina per cantarmi We Shall Overcome in indù. Fu un mio sogno realizzato: la musica che comunicando supera ogni barriera».

Come si diventa eroi della canzone popolare?
«Be’, tutto è cominciato con Alan Lomax che ha raccolto in un libro gli antichi canti dei cowboy; negli anni Trenta col primo folk revival abbiamo preso coscienza dei problemi esplosi negli anni Sessanta. Poi abbiamo marciato accanto a Martin Luther King, l’unico uomo che abbia unito tanta gente diversa sotto la bandiera della non violenza. E nella famosa marcia verso Montgomery abbiamo cantato tutti per ore, non solo brani famosi, ma anche slogan inventati sul momento, come “segregation is bound to die”, diventati lì per lì classici popolari».

Com’era il mitico Woody Guthrie?
«Ha sempre lottato per i deboli e mi ha insegnato una cosa fondamentale: a unire nelle canzoni dramma e humour. Ha cantato la povertà, le tempeste di polvere che nel 1935 hanno mandato in malora tanti agricoltori in California, con profondità ma con ironia acuminata, quasi sfidando la disgrazia e la morte. Nel 1940 Woody scrisse This Land Is Your Land, che nessuno volle trasmettere né alla radio né altrove; vendette un migliaio di copie ma oggi è una specie di inno nazionale americano».

E Dylan e Joan Baez sono dei vostri?
«Si, certo, la profondità di ciò che dicono è indiscutibile, ma io non li chiamerei folksinger, perché il folk è musica antica e anonima che risale alle nostre origini».

Ovvero?
«La musica americana è un mélange di culture; gli schiavi hanno portato i ritmi blues poi cantati da Leadbelly e Son House, molte melodie arrivano dall’Europa, le chitarre sono arrivate nel Sud dopo il 1844, quando gli Usa hanno combattuto contro il Messico e conquistato la California...

Oggi la vita è cambiata, i lavoratori stanno meglio...
«Ma ci sono tanti problemi più gravi: l’inquinamento, il nucleare, il danaro che compra tutto e stravolge le regole naturali».

E Springsteen?
«Grandissimo, uno dei pochi che riesca a portare il nostro messaggio a milioni di persone. Il suo cd Seeger Sessions è splendido, anche se spiritual come Mary Don’t You Weep perdono profondità eseguiti a ritmo country così veloce».

Nel 2007 lei è ancora comunista?
«Vorrei un mondo senza miliardari ma non tornerei mai nel partito comunista. Lenin disse: “abbiamo perso la rivoluzione del 1905 perché non siamo stati abbastanza feroci”, e così lui e Stalin hanno cambiato metodo. Mi scuso di averli seguiti perché erano brutali e la violenza non va bene in nessun caso. Anch’io però in America sono stato perseguitato per le mie idee».

Recentemente ha scritto Big Joe Blues contro Stalin che dice “poteva far ripartire la razza umana, invece l’ha portata indietro nello stesso orrendo posto”».
«È la verità. L’ho scritta come l’avrebbe fatta Woody, sull’aria della sua Yodelling Blues. Ma il brano cui tengo di più è quello che ho scritto dopo l’11 settembre, che dice: “la guerra è appena cominciata ma impara dal Dr.King e lascia cadere il fucile”».

Ma alla sua età chi glielo fa fare ancora di cantare?
«Non potrei mai fermarmi, ma non mi allontano molto da casa, nella Hudson Valley. Suono a New York che è a 60 miglia, nei college e nelle scuole. Ora ho formato un gruppo per cantare le canzoni natalizie nelle strade. E in primavera uscirà la nuova edizione del libro Where All the Flowers Gone con un cd».