Peterson: «Vi racconto i miei pretoriani»

I segreti di Meneghin, D’Antoni, Premier, McAdoo. «Quella notte che rimasero in ospedale per consolare un loro compagno ferito»

Oscar Eleni

Gelo dell’inverno a quota settanta. Ci si guarda negli occhi con Dan Peterson che il 9 gennaio compirà gli anni, capricorno della classe 1936, nato nel giorno dell’ambizione, cercando di capire perché questo uomo di Evanston, stato dell’Illinois, arrivato in Italia nel 1973 per sbalordirci, trova ancora la forza per guardare più avanti degli altri: «Ehi, amici sportivi e non sportivi, essere maturi non significa dimenticare di saper giocare».
Buon compleanno al nano ghiacciato che da 19 anni non allena più, che ha vinto tanto, non soltanto come allenatore di basket, perché quando è arrivato con i pantaloni a zampa d’elefante, una chitarra al collo, era attratto dalla lotta e dalle sfide e oggi, mentre festeggia la settima vita, ha ancora quella tenacia, risolutezza, forse un po’ meno inflessibile delle prime settimane alla Virtus o all’Olimpia, ma ancora pronto a consumarsi per qualsiasi nuovo progetto.
La sua storia di americano che ha cercato origini ovunque è piena di successi importanti, ha saputo insegnare, guidare uomini, è stato bravo come allenatore, come telecronista, come attore, come affabulatore, lo è ancora pur non avendo le stesse energie del 1973 quando lo trovarono in Cile e offrirono la sua arte sconosciuta, anche se allenava una Nazionale, all’avvocato Porelli che con lui fece un capolavoro: ridiede orgoglio e forza alle Vu nere, costruì il personaggio che poi Milano completò dal 1978 al 1987, prima di sentirgli dire sono stanco, prosciugato, ma erano passate tante finali, tanti scudetti, tante coppe.
Caro Peterson a che punto siamo della vita?
«Non pensavo di arrivarci come disse mio nonno. Al mattino mi alzo e me ne sento 25 di anni, poi mi guardo allo specchio e scopro che il tempo è davvero passato, ma ho vissuto in maniera sana, moderato in tutto e il mio segreto è stato quello di allenare sempre la testa, tenermi attivo, mettendomi sempre in discussione».
Un filosofo, accidenti, altro che nano ghiacciato, pronto a stupirci anche se i pochissimi che gli hanno visto offrire un caffè sbalordiranno sentendogli dire che non si lavora per i soldi.
«Invece è vero, era una massima dell’avvocato Porelli che ho sempre condiviso, mi ha spinto l’orgoglio, la voglia di sapere, la fortuna di aver incontrato la gente giusta. Porelli, appunto, quando arrivai a Bologna e mi cambiò dentro, poi Bogoncelli e Tony Cappellari, stile, educazione, chiarezza, poi Bruno Bogarelli, con la televisione, mi ha costruito una vita nuova. Ho mangiato con Berlusconi e Walter Cronkite, uno dei più grandi giornalisti americani, allo stesso tavolo, ho stretto la mano al premier D’Alema, ho scoperto un mondo nuovo stando due giorni sul set con un grande come Nanni Loy, poi ho avuto la fortuna d’incontrare giocatori straordinari come esseri umani».
Dei suoi pretoriani parleremo più avanti, ci racconta la sua Italia?
«Non m’infilo nel discorso politico, vi dirò soltanto che questo è un Paese che mi ha tolto il fiato dalla prima volta che ho visto il Colosseo. Forse soltanto il Giappone ha questa ricchezza ambientale, culturale. Mi avete cambiato, spero in meglio. Vi devo tanto».
Non parliamone, non ci sono pretese in questo senso, l’affetto e il piacere sono stati reciproci, ma in mezzo a tante vittorie ci sarà pur stato un fallimento.
«Tantissimi, scelte sbagliate sul campo, ma una cosa non mi perdonerò mai, quella di aver perso un giocatore come Marco Lamperti che cacciai via dall’allenamento, senza parlargli, perché avevo avuto l’impressione che volesse fare del male a D’Antoni. Scattò qualcosa in me per proteggere Mike che mi fece sbagliare. Io, che mi sentivo bravissimo a gestire la gente, fallii e ancora adesso mi viene il magone».
Eccoci ai pretoriani, li racconti lei alla gente.
«Il mondo dello sport li conosce per le vittorie, ma era negli allenamenti, nella vita di ogni giorno che questi uomini, D’Antoni, Meneghin, Premier, Franco Boselli, McAdoo, tutto il gruppo, la società, ti sbalordiva. Respiravamo la stessa aria, pensavamo alla medesima maniera. Per capirli vi racconto una cosa che ho scoperto 20 anni dopo. Per far soffrire Meneghin avevamo preso un centro solido come una quercia, Ezio Riva. Era bellissimo vederlo lavorare con Dino, erano duri, ma c’era rispetto. Lui era nuovo. Andammo a giocare a Bergamo, la prima giornata del campionato ’83-84, contro Recalcati. Riva si fratturò la tibia, un brutto incidente. La disperazione del ragazzo, che fu portato in ospedale. Soltanto 20 anni dopo scoprii che nell’ospedale dove Ezio piangeva disperato arrivarono a mezzanotte Meneghin, D’Antoni e altri. Avevano portato vino, roba da mangiare, rimasero con lui fino alle sei del mattino. Quella era l’Olimpia dove Tony Cappellari sapeva mantenere tutti gli equilibri. La grande società che faceva la grande squadra. Spirito di corpo, di emulazione, ragazzi che sapevano prendere il tempo per annusare le rose. Certo che mi mancano. Ho avuto il privilegio di stare con loro e li ringrazio, quando lasciai ero proprio esaurito, ma fu tremendo abbandonarli».
Bei ricordi. E allora, da dove viene fuori questa storia del Peterson che vorrebbe tornare ad allenare l’Olimpia?
«Potrei anche farlo, ma non come dicono per tappare dei buchi. Se torno voglio chiarezza e progetti. Così è stato con Porelli, Bogoncelli, Cappellari e Bogarelli. Dopo 19 anni di assenza dalla panchina non torno per buttare tutto fra le ortiche».