Petraeus, il guerriero silurato vuole sfidare Obama nel 2012

L'Afghanistan non ha portato fortuna neppure al generale David Petraeus, l'"artefice magico" spedito a Kabul otto mesi fa da Barack Obama dopo il defenestramento del suo predecessore, il generale Stanley Mc Chrystal. Comandante in capo delle forze Usa e di quelle Nato in una guerra in cui sono sempre i talebani del mullah Omar a imporre la musica e il ritmo, Petraeus avrebbe voluto applicare all'Afghanistan la stessa tecnica con cui era riuscito ad addomesticare la guerriglia irachena. La parola magica intorno a cui ruota la dottrina Petraeus è "riconciliazione". Una dottrina che in Irak funzionò e avrebbe potuto dare frutti migliori di quelli fin qui ottenuti anche a Kabul. Sfortunatamente, i tempi dettati dalla guerra sul terreno sono sempre drammaticamente diversi, molto più lunghi e accidentati di quelli cinematografici, alla "Full metal jacket", immaginati a Washington. «Perché se non vuoi ritrovarti a dover uccidere o catturare ogni bad guy del Paese, devi reintegrare coloro che vogliono riconciliarsi e diventare parte della soluzione, anziché continuare ad essere il problema», ha spiegato recentemente Petraeus.
Ma qualcosa - qualcosa che ha anche a che fare con una certa gelosia personale di Obama nei confronti dell'indomito guerriero di lontana origine greca, dopo le insistenti voci che lo danno candidato alla Casa Bianca nel 2012 - stavolta non ha funzionato. Grande teorico della guerra condotta in rapporto di tre a uno (come avvenne in Irak, dove la fragile e scassata macchina militare del raìs, mediaticamente enfatizzata dagli Usa, venne sfranta in tre settimane dalla sola aviazione a stelle e strisce) Petraeus si è scontrato in Afghanistan con l'improvvisa smania di Obama di riportare i ragazzi a casa, chiodo fisso di un presidente che alla fine ha mostrato di avere a cuore, più della vittoria, il consenso di una opinione pubblica che sempre meno capisce e approva la sovraesposizione militare degli Usa contro un nemico che si è fatto invisibile, impalpabile, perfino improbabile, ma pur sempre micidiale.
Il generale che si trova ora a gestire una inesorabile ritirata (che lui definì con una certa morbidezza semantica «un processo», più che «un evento») dovrebbe rientrare a Washington alla fine dell'anno; ma non sono pochi quelli che prevedono un rientro anticipato all'estate. Stagione in cui - a luglio, per l'esattezza - Obama progetta di far tornare a casa il primo contingente di forze dislocate dall'altra parte del mondo. Mossa che Petraeus - di qui i primi contrasti con la Casa Bianca - giudica in cuor suo francamente sbagliata. Non solo, e non tanto perché l'annuncio del ritiro ha oggettivamente favorito, anche sotto il profilo della baldanza propagandistica, il nemico; ma soprattutto perché ha disincentivato la già ondivaga volontà delle forze di sicurezza afghane di imparare a far da sole contro un nemico che spesso gli stessi generali afghani, per non dire della truppa, non riescono a sentire tale.
L'annuncio del rientro di Petraeus rilancia le voci di una sua possibile candidatura alle presidenziali del 2012. Petraeus come Dwight Eisenhower, l'"eroe della seconda guerra mondiale". Un paragone non tanto campato in aria, a giudicare dalla stima e dal rispetto di cui il generale, carismatico e fascinoso, gode non solo al Pentagono o al Congresso, ma anche in seno all'opinione pubblica.
Secondo il Washington Post, l'annunciata uscita di scena di Petraeus cade in un momento particolarmente delicato per l'amministrazione Obama. La morte di Richard Holbrooke e la sua sostituzione nei panni di inviato speciale per l'Afghanistan e il Pakistan di Marc Grossman, nonché la nomina ad ambasciatore a Kabul di Karl Eikenberry, critico nei confronti di Petraeus, configura uno scenario nuovo. Uomini più "incolori" e obbedienti alla "linea" definita a Washington dal presidente e da Hillary Clinton potrebbero in effetti appannare convenientemente l'immagine di Petraeus, posto che riescano a gestire con la giusta sagacia lo smarcamento ideato dal presidente. Ma è una scommessa che senza la grinta e la determinazione di Petraeus rischia di rivelarsi perdente di fronte alla tattica "vietnamita", quella del mordi e fuggi, messa in atto finora con successo dai talebani.