Petraeus sarà il «Re David» dell’Afghanistan

Si riparte. Un mese dopo essersi scrollato di dosso la polvere dell’Irak, il generale David Petraeus è pronto a rilanciare. «Ho davanti una strada difficile», ha detto ieri subito dopo la cerimonia d’insediamento alla testa del Comando centrale delle forze statunitensi, la sala operativa che governa la regione militare estesa dal Medio Oriente all’Asia centrale. Fatica e sfide sono del resto la sua passione. Quando i più muscolosi dei suoi soldati lo trovavano a tirar flessioni e gli chiedevano «Quante?» la sua risposta era sempre «una in più di te». Ma il nuovo risiko è molto più complicato. L’ufficio al Comando centrale di Tampa, in Florida, dov’è arrivato con la benedizione del segretario alla Difesa Robert Gates, è un oblò sulle tempeste del pianeta. Da lì Re David, come lo chiamano amici e nemici, governerà un fronte esteso dall’Egitto all’Iran, e all’Afghanistan. Come dire la fabbrica del caos. Del resto non hanno scelto lui per caso. «È esattamente l’uomo di cui abbiamo bisogno in questo momento» ha detto ieri Gates.
La prima vera sfida del generale sarà disegnare una nuova strategia per l’Afghanistan e cambiare le sorti di un conflitto diventato l’ultima trincea di Nato e Stati Uniti, e che non è assolutamente possibile perdere. Lui l’ha già annunciato, «sarà la più lunga campagna di una lunga guerra». Nessuno l’ha contraddetto. Chiunque arrivi alla Casa Bianca sa di non poter far a meno di Re David. In Irak è stato lo scudiero di Bush, ribaltando le sorti di una guerra che ogni mese divorava cento soldati americani e cinquecento e passa civili. Al comando centrale di Tampa diventerà il generale di fiducia di McCain o di Obama, lo stratega a cui il nuovo presidente, chiunque sia, dovrà comunque concedere carta bianca. Stavolta però sarà molto più difficile. In Irak gli bastò applicare alla lettera la dottrina anti insurrezionale elaborata negli anni della guerra d’Algeria da David Galula, l’ufficiale francese che Petraeus considera il proprio mentore. In Afghanistan è diverso. Lì lo stratega americano deve fare i conti con un fronte interno e uno esterno. Quello esterno si chiama Pakistan. Non a caso, il generale si è presentato alla cerimonia di Tampa con in tasca un biglietto aereo per Islamabad. Prima di affrontare i talebani a casa loro Re David deve spingere il Pakistan ad affrontare «una minaccia che sembra esistenziale». Ma le incursioni degli aerei senza pilota e i raid delle forze speciali Usa contro le basi di Al Qaida nelle aree tribali hanno sollevato il furore di un’opinione pubblica largamente antiamericana, disegnando l’inquietante scenario di una guerra civile capace di mettere a rischio gli arsenali nucleari. Dunque Re David dovrà convincere il presidente Zardari e il capo di Stato maggiore Pervez Kayani a impegnarsi maggiormente nella lotta ad Al Qaida, promettendo in cambio gli aiuti economici indispensabili per salvare dalla bancarotta il Paese.
Sul fronte interno afghano Petraeus si è già detto convinto di «dover parlare con il nemico», dando così la sua benedizione a una trattativa tra governo di Kabul e talebani capace di dividere gli insorti e contrapporli agli irriducibili di Al Qaida. La nuova surge afghana, pur puntando come la “rimonta” irachena alla riconquista del consenso popolare, non potrà però far troppo affidamento sulle milizie locali, viste le disastrose conseguenze innescate, dopo il 2001, dall’alleanza con i signori della guerra. Per portare a termine la nuova missione il generale Petraeus dovrà dunque concludere al più presto l’addestramento e lo schieramento dell’esercito afghano. In attesa di quell’obiettivo dovrà però dirottare nuove truppe americane su Kabul e integrare quelle già presenti sotto un unico comando Nato chiudendo l’ormai obsoleta, e a volte controproducente, missione Enduring Freedom. Più difficile sarà, però, convincere gli alleati della Nato a seguirlo sulla strada di un crescente, anche se temporaneo, dispiegamento di truppe. Insomma, una missione impossibile per chiunque, ma perfetta per un Re David sempre pronto ad una flessione in più dell’avversario. E già deciso, dicono, a sfruttare i nuovi allori per lanciarsi, tra quattro anni, alla conquista della Casa Bianca.