Petroliera italiana nelle mani dei pirati

Stavolta le manovre diversive non bastano. Stavolta manichette ad acqua, e brusche virate non sono abbastanza. E così dall’alba di ieri la petroliera italiana Savina Cayly, 5 nostri connazionali (comandante, terzo ufficiale e un allievo di coperta campani, un triestino e un laziale) e 17 marinai indiani sono nelle mani dei pirati. Tutto incomincia alle 5 di mattina quando il comandante avvista un barchino che s’avvicina a tutta velocità. Sulle prime pensa ad un falso allarme. Anche perché la petroliera si trova a 500 miglia dall’India e a 900 da quelle coste somale trasformatasi negli ultimi tre anni in una nuova Tortuga. Ma le coordinate offrono solo un’illusoria sicurezza. «Quasi sicuramente il barchino proveniva da una nave madre piazzatasi a grande distanza dalle coste per intercettare le imbarcazioni che navigano al largo» - spiega a Il Giornale Carlo Biffani, un 50enne ex-incursore dell’esercito ritrovatosi - dopo alcune esperienze in Iraq, Sudan e Sudamerica - a dirigere la Security Consulting Group un agenzia di privata che offre agli armatori italiani gruppi di professionisti per difendere le loro navi. Mai come in questo caso ce ne sarebbe stato bisogno. Quando il capitano della petroliera cerca l’appoggio della Task Force europea Atlantis scopre che la fregata italiana Zefiro è a due giorni di navigazione. A quel punto l’unica risorsa sono le contromisure insegnate a chi frequenta quel disgraziato tratto di mare. Ma i getti d’acqua a pressione e i flutti creati da brusche virate servono a poco. Anche perché l’equipaggio esposto al fuoco dei kalashnikov e alle esplosioni dei razzi anticarro non può esporsi più di tanto. «Per tenerli a distanza – spiega Biffani – bisognava disporre di una squadra di almeno sei uomini armata di fucili di precisione di grosso calibro. Quindi hanno un grosso effetto dissuasivo anche se non vengono impiegate per uccidere». L’equipaggio della Savina, privo di mezzi e di scorta, non ha invece alcuna capacita dissuasiva. E così in pochi minuti i pirati sono padroni della nave. Il primo a capirlo è il direttore della compagnia armatrice «Fratelli D’Amato» Pio Schiano. Quando chiama il comandante al telefono satellitare si sente rispondere da un pirata. «Non spiccicava una parola d’inglese, ma in sottofondo sentivo la voce del comandante. Lui e l’equipaggio sono in buona salute ed hanno provviste per oltre un mese». E ora gli armatori chiedono «una scorta armata sulle navi», come ha detto Stefano Messina, amministratore delegato della compagnia «Ignazio Messina». «Mi riesce assai difficile immaginare una sorta di esercito privato a bordo di ogni nave», ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Il problema ora è come salvarli. Quasi sicuramente nelle prossime ore i pirati trasferiranno una parte dell’equipaggio sulla nave madre rendendo impossibile un doppio blitz per salvare petroliera e marinai. A quel punto l’unica ipotesi praticabile sarà quella di una lunga trattativa. «Purtroppo una situazione del genere era prevedibile – obbietta Biffani – le squadre navali non possono garantire la sicurezza di tratti di mari così vasti, l’unico modello di difesa è quello basato sulla presenza di personale armato. Ma si scontra con chi vede come fumo negli occhi la sicurezza privata. Spesso le capitanerie di porto italiane sconsigliano agli armatori di accettare i nostri servizi. A dar retta a loro imbarcando personale armato privato rischiano di venir catalogati come traffico ostile, ma non è vero. Le marine militari sono abituate da tempo all’attività delle compagnie di sicurezza imbarcate sulle navi straniere che fanno rotta da quelle parti».
Per garantire gli equipaggi senza ricorrere ai privati si potrebbero utilizzare unità di fanti di marina del San Marco. Ma la replica, seppur interessata, del direttore della Security Consulting Group coglie un problema non da poco. «Pensate se i pirati facessero prigionieri marinai e militari. A quel punto - avverte Biffani - la loro capacità di ricatto sarebbe addirittura raddoppiata».