Il petrolio batte in ritirata sotto quota 120

Secondo l’Fmi, Eurolandia crescerà solo dello 0,5% tra giugno e dicembre per poi accelerare nel 2009

da Milano

Da quando, attorno alla metà di luglio, è fallito l’assalto a quota 150 dollari, sui mercati petroliferi sembra essere risuonata la ritirata. Come tutte le fughe, non avviene in silenzio: a New York, ieri, il Wti ha preso nel giro di poche ore una sberla da cinque dollari che ha schiacciato le quotazioni sotto i 120 dollari il barile, minimo da tre mesi. Un ceffone salutare per l’economia mondiale, alle prese con consumi calanti per effetto degli altissimi costi energetici e impotente davanti alle continue spinte verso l’alto dell’inflazione che mordono il potere d’acquisto dei consumatori e costringono le Banche centrali a non abbassare la guardia.
Eurolandia dovrà accontentarsi di una crescita di mezzo punto percentuale nel secondo semestre (più 1,7% nell’intero 2008), prima di accelerare a partire dalla seconda metà del 2009 (più 1,2%, rivelava ieri un’analisi del Fondo monetario internazionale). Neppure il passo dell’America è molto più brillante. Le famiglie, nonostante il bonus Bush da 150 miliardi di dollari, non spendono: uno 0,6% di aumento come quello di giugno equivale a uno stallo delle spese private. E se queste non girano, essendo il pilastro che sostiene oltre il 70% del Pil, per gli Usa sono guai seri. Colpa dei troppi debiti accumulati, di mutui che pesano come macigni a fronte di case il cui valore è stato fortemente svalutato dopo il virus subprime. Colpa di un mercato del lavoro riluttante ad assumere e, semmai, più propenso a licenziare. Colpa di redditi fermi, o quasi (più 0,1%): una tavola da surf incapace di mantenersi sopra l’onda montante di un’inflazione il cui balzo in luglio è stato il maggiore (0,9%, al 5% annuo) in quasi trent’anni, ovvero dal 1981.
Non rassicura neppure l’aumento dello 0,3% dell’indice Pce core, il «termometro» di riferimento della Federal Reserve, che nel vertice di oggi potrebbe dunque rimarcare l’allarme inflazione senza tuttavia toccare i tassi.
Insomma, una situazione ancora critica a un anno esatto dall’esplodere del ciclone subprime, di cui sembrano aver preso coscienza anche i mercati petroliferi, spaventati più dagli ultimi dati macroeconomici che dal dietrofront di Barack Obama, convinto ora dell’utilità di «vendere 70 milioni di barili delle nostre riserve strategiche per rendere meno caro il greggio».
Dal record storico di 147,27 dollari il barile stabilito lo scorso 11 luglio, il petrolio ha perso quasi 30 dollari. Tanti, e in fretta, anche se ancora non si può parlare di un’inversione di tendenza in grado di stemperare l’inflazione. L’eurozona combatte contro prezzi al consumo schizzati al 4,1%, sperando che la Bce di Trichet tenga il dito lontano dal grilletto dei tassi non soltanto giovedì prossimo, ultima riunione prima della pausa estiva, ma anche nei prossimi mesi. Un interrogativo che tra gli esperti del Fmi non trova la stessa risposta. Alcuni ispettori sono convinti che l’istituto di Francoforte debba lasciare invariato il costo del denaro e seguire gli sviluppi dei mercati, mentre altri si focalizzano sull’importanza di prestare maggiore attenzione ai rischi di inflazione per evitare l’innesco di una spirale prezzi-salari.