Petrolio del Caspio, Eni sotto attacco

Il gruppo italiano: ricevuta la notifica. Titolo debole in Borsa

da Milano

Ancora grane per Eni dal mar Caspio. Il ministero dell’Ambiente del Kazakistan, secondo le agenzie russe Itar-Tass e Interfax, minaccia di far sospendere i lavori al campo petrolifero di Kashagan, gestito dal «cane a sei zampe», per presunte violazioni delle leggi sulla protezione ambientale. Interfax suggerisce che il Kazakistan vorrebbe aumentare il suo controllo diretto su questo petrolio portando la quota attuale, inferiore al 10%, al 40 per cento.
Restando ai fatti, fonti dell’Eni confermano che «il consorzio ha ricevuto la notifica da parte del ministero dell’Ambiente delle presunte violazioni e sta valutando».
L’acuirsi della crisi kazaka ha reso debole il titolo che ha chiuso a 23,66 euro, con una flessione dell’1,05 per cento. Dunque, la questione si fa sempre più spinosa. L’amministratore delegato Paolo Scaroni aveva già detto, lo scorso finesettimana, di volere «andare in Kazakistan prima della fine del mese». E ieri il premier Romano Prodi ha ricordato che vi si recherà a ottobre.
Ieri il ministro kazako dell’Ambiente, Nurlan Iskakov, è stato più che esplicito: «Le operazioni a Kashagan potrebbero venire sospese del tutto. Stiamo portando avanti un pianificato controllo e abbiamo già motivo di pensare che l’operatore non rispetti le esigenze delle norme kazake sull’ecologia. Di questo abbiamo informato la Procura generale». Tenendo conto poi «del non rispetto degli impegni presi prima dalla compagnia Agip - ha aggiunto il ministro dell’Ambiente - noi per legge dovremmo ritirare la licenza, perché ulteriori operazioni porterebbero un danno ecologico irreversibile». Il ministero ha poi detto di «non escludere che la strage verificatasi nei mesi scorsi fra i trichechi e le foche del Caspio, nonché fra gli storioni, sia imputabile alle attività di Agip-Kso», il consorzio che include Eni, capofila operativo oltre che detentore del 18,52%, Total e Shell (entrambe con la stessa quota di Eni), ExxonMobile e Conoco Philips, Inpex e la kazaka Kazmunaigaz che ha l’8,33%, la cui presenza per il consorzio potrebbe essere un elemento di «stabilizzazione» nel rapporto con il governo di Astana.
L’Eni, dove si respira comunque un clima di ottimismo sulla vicenda, aveva appena ripreso trattative con l’esecutivo kazako dopo la precedente minaccia di revoca della licenza, motivata dal ritardo sui tempi previsti per portare lo sfruttamento a pieno regime. Il primo ministro Karim Masimov ha ribadito ieri che il suo governo, espressione del partito del presidente Nursultan Nazarbaev, quel Nur Otan che ha appena vinto le elezioni con l’88% dei voti, «è molto deluso di come viene realizzato il progetto. Se l’operatore non riuscirà a risolvere questi problemi, non escludiamo una sua sostituzione». Masimov ha incaricato il ministro dell’Energia, Baktikozh Izmukhanbetov, di chiarire la denuncia degli ambientalisti, e di prendere le opportune decisioni. Ma il ministro dell’Economia, Bakhit Sultanov, ha espresso il «serio timore» che ulteriori rinvii eventualmente provocati dall’uscita di scena di Eni possano creare un buco nelle casse statali.