Petrolio del Caspio, Scaroni vola in Kazakistan

Il Paese asiatico continua ad alzare il prezzo per giungere a un’intesa

da Milano

La vicenda del petrolio del Caspio ha subito ieri un’accelerazione con l’annuncio dato dal ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, che oggi l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, sarà ad Astana, la capitale del Kazakistan, per discutere la questione. D’Alema ieri ha anche incontrato a Roma il viceministro degli Esteri kazako, Nurlan Ermekbayev. Il problema sul tavolo è quello che si sta trascinando ormai da inizio estate: la rinegoziazione delle condizioni per lo sfruttamento dei giacimenti di Kashagan.
Il ministri italiano ed Ermekbayev si sono augurati che possano essere «rapidamente risolte le questioni relative allo sfruttamento del giacimento di Kashagan». Ma D’Alema è stato più esplicito: «Abbiamo fiducia - ha detto - che il dialogo possa svilupparsi in modo positivo e che si possa trovare una soluzione». La strada per arrivare ad un accordo, però, è ancora lunga e la visita di Scaroni ha prima di tutto l’obiettivo di saggiare gli umori di Astana ad alto livello, mentre proseguono le trattative sul campo (che vedono coinvolto uno dei tre direttori generali del gruppo, Stefano Cao) che fonti concordi sostengono essere tutt’altro che facili. Secondo il Financial Times non c’è intesa «su nulla» e Astana minaccia di ricorrere all’alternativa della brasiliana Petrobras. Altre fonti sostengono che anche i cinesi potrebbero essere interessati a giacimenti relativamente poco distanti dai propri confini. Di positivo c’è l’invito del premier kazako Karim Masimov a Scaroni e al commissario Ue per l’Energia, Andris Piebalgs. Ma di fatto si tratta di una discussione ardua perchè in questo momento sono i venditori (di petrolio) ad avere il coltello per il manico: la carenza di greggio a livello internazionale e il conseguente aumento dei prezzi hanno spinto molte nazioni che hanno giacimenti nel loro territorio a nazionalizzare (di diritto o di fatto) le proprie risorse petrolifere. È una strada che è stata seguita da Venezuela, Russia ed Algeria e che è stata imboccata anche dal Kazakistan che, come già riferito nei giorni scorsi, potrebbe però puntare soprattutto a una monetizzazione. Anche perchè Astana non dispone delle tecnologie e delle conoscenze per estrarre da sola il petrolio in una regione difficile come il Caspio.
Ma su questo punto la settimana scorsa si è inserita una novità: proprio il premier Masimov ha chiesto che la società petrolifera nazionale Kazmunaigaz diventi co-operatore nella messa in funzione e sfruttamento dei pozzi di Kashagan. Diventare operatore associato vuol dire avvicinarsi a conoscenze che fanno parte del bagaglio di pochissime compagnie.
Insomma, man mano che le trattative avanzano, i kazaki sembrano alzare la posta. Fino a che punto questo faccia parte di sistemi negoziali che sono il bagaglio di regioni da poco uscite dal sistema sovietico, o fino a che punto davvero Astana voglia davvero stravolgere gli accordi è una cosa che l’Eni e il consorzio (cui partecipano ExxonMobil, Shell, Total, ConocoPhillips, Inpex e Kazmunai) stanno man mano scoprendo. D’Alema si è detto ottimista e spera in una soluzione entro l’8 ottobre, quando il presidente del Consiglio Romano Prodi si recherà ad Astana. Ma in Asia Centrale non ci sono certezze.