Il petrolio e Aig spaventano i mercati

da Milano

Il petrolio che sfonda il muro dei 126 dollari il barile e Aig, il primo gruppo assicurativo mondiale, presenta una trimestrale da brivido: basta sommare i due fattori per ottenere un solo risultato, il ribasso di tutte le Borse. Sarà anche un dejà vu, ma per i mercati azionari non conta, perché ripropone puntualmente l’interrogativo su durata ed entità della crisi.
Se l’onda lunga dello tsunami subprime sembra ben lontana dall’esaurimento, il petrolio è la variabile impazzita capace di far saltare in aria ogni previsione di crescita. I 200 dollari al barile «pronosticati» mercoledì scorso da Goldman Sachs aprono scenari terrificanti; i 100 dollari stimati ieri da molti dirigenti delle major petrolifere appaiono più rassicuranti, ma non del tutto. In realtà, nessuno sa con esattezza dove si collocheranno i prezzi dell’oro nero tra un mese oppure, a maggior ragione, tra sei.
Non lo sa neppure l’Opec, ferma finora nel proposito di mantenere invariata la produzione (l’ultimo intervento risale al novembre 2007) nella convinzione che non sia la carenza di offerta, bensì la speculazione la componente fondamentale alla base del surriscaldamento dei prezzi. Ieri, però, mentre a New York il Wti schizzava fino al record storico di 126,25 dollari, un valore doppio rispetto a un anno fa, sono cominciate a circolare voci di un meeting straordinario del Cartello prima dell’appuntamento previsto per settembre. «Dal mio punto di vista - ha affermato una fonte dell’Organizzazione - qualsiasi incremento dovrà essere superiore ai 500mila barili al giorno per avere un impatto sui prezzi». Resta da vedere in che modo un robusto aumento dell’output (stimabile tra i 750mila e il milione di barili) verrà fatto digerire ai falchi dell’Opec, in particolare a quei Paesi come Iran e Venezuela accomunati dai pessimi rapporti con gli Stati Uniti. E tutte da verificare sono le conseguenze sui prezzi di un ingresso nel Cartello da parte del Brasile, come ventilato ieri dal presidente Lula.
Considerato che ogni 10 dollari d’aumento del petrolio costano 500 miliardi di dollari all’economia mondiale, è evidente che le Borse non possono permettersi di ignorarne l’andamento. Ieri, infatti, in Europa i listini sono arrivati a perdere oltre il 2%, prima di ridimensionare nelle battute finali il calo attorno al punto percentuale (Milano è scesa dell’1,01%), grazie a un leggero miglioramento degli indici di Wall Street, rimasti comunque deboli in chiusura (meno 0,93% il Dow Jones, meno 0,23% il Nasdaq).
Ad alimentare la corrente delle vendite ha contribuito, oltre all’ennesimo primato del greggio, anche la trimestrale presentata da Aig. Il colosso assicurativo, i cui titoli hanno sfiorato un crollo del 7%, ha accusato perdite per 7,81 miliardi di dollari in seguito alle massicce svalutazioni (15 miliardi) legate ai derivati, e annunciato di essere costretta a procedere con un aumento di capitale da 12,5 miliardi. Secondo gli osservatori, i conti in rosso di Aig sembrano indicare che la bufera del sub prime, dopo aver investito le banche, si è spostata su altri settori. Il gruppo, tra l’altro, aveva già dovuto iscrivere a bilancio una perdita di 5,3 miliardi nel quarto trimestre 2007. In realtà, le banche americane continuano a mostrare i segni della crisi. Citigroup, prima banca Usa già fiaccata da oltre 40 miliardi fra perdite e svalutazioni, venderà attività non strategiche per un valore di 400 miliardi. Nel tentativo di restare a galla.