Petrolio, gli ecologisti contro l'Eni: in Lucania è ospite arrogante e invasivo

Il gruppo del cane a 6 zampe non replica<BR> alle accuse di Legambiente («in 13 anni ha<BR> assunto 250 persone, provocato 30 incidenti<BR> conosciuti e ha inquinato») e annuncia che<BR> entro il 2015 porterà la produzione giornaliera<BR> da 80mila a 125mila barili

Dopo il bario nel lago del Pertusillo, ecco il manganese, il cromo e ancora il bario in una sorgente che si trova a 1.200 metri sul livello del mare e a 200 metri da un pozzo petrolifero dell'Eni. Dopo l'intossicazione di 22 dipendenti di un'azienda vicina al Centro Oli dell'Eni, che nega qualunque rilascio di idrogeno solforato in atmosfera, ecco l'attacco portato al gruppo energetico dal circolo Legambiente della Val d'Agri: a fronte di 250 posti di lavoro in 13 anni di attività estrattiva nella zona ha provocato 30 incidenti conosciuti, ha inquinato costantemente e spesso si è rapportata con arroganza agli Enti locali e alle popolazioni. Ma l'Eni, sebbene sollecitato più volte a far conoscere la sua posizione rispetto alle critiche di Legambiente, ha ritenuto opportuno non replicare. Forse per non esacerbare le relazioni con il territorio che ospita il più grande giacimento petrolifero terrestre d'Europa o forse per... quel superiority complex che a volte ispira i comportamenti dei cosiddetti poteri forti.
Insomma, nella Lucania occidentale il tentativo di far convivere petrolio con agricoltura e turismo non sembra riuscito. Stanno a certificarlo anche le polemiche come quella recentemente aperta dal segretario dei Radicali lucani, Maurizio Bolognetti, contro il presidente della Regione, Vito De Filippo che guida una giunta di centrosinistra e che secondo l'esponente pannelliano sarebbe un po' troppo sensibile agli interessi di Eni, Total e Shell, che estraggono petrolio nella zona.
Legambiente Val d'Agri definisce l'Eni «ospite arrogante e invasivo» e sottolinea che «in nome del mito del lavoro a tutti i costi non si possono sacrificare la dignità, la salute e l'ecosistema», la Ola (Organizzazione lucana ambientalista) insiste a denunciare la presenza di metalli pesanti come manganese, cromo e bario nella sorgente Acqua dell'Abete, a 200 metri dal pozzo Eni di Cerro Falcone, presenza che avrebbe paradossalmente «assolto» il gruppo petrolifero in quanto accompagnata dall'assenza di idrocarburi nell'acqua della sorgente. La Ola, infatti, sottolinea che manganese, cromo e bario sono additivi dei fanghi, dei fluidi e dei perforanti usati dall'industria petrolifera. E che il bario è un elemento non presente in natura ed è un derivato dell'utilizzo della barite nelle perforazioni minerarie. L'organizzazione, insomma, è allarmata per quelli che considerano gravi segnali di emergenza ambientale e per la tendenza a minimizzarli che si rafforzerebbe sempre più negli organismi preposti ai controlli.
Quanto a Legambiente Val d'Agri, denuncia anche di aver raccolto nella sua ultima assemblea alcune testimonianze su assunzioni da parte dell'Eni di persone senza competenze specifiche alle quali sarebbero state affidati lavori pericolosi svolti in dubbie condizioni di sicurezza.
Come si diceva, l'Eni ignora le accuse e va avanti per la sua strada, sulla quale ci sarebbero due miliardi di investimenti da sbloccare per potenziare il centro di stoccaggio di Viggiano, annunciando che, come riportato anche da «IlGiornale.it», porterà presto la produzione in Val d'Agri dagli attuali 80.933 barili giornalieri a quota 125mila entro il 2015. A quel punto i giacimenti della Basilicata occidentale dovrebbero garantire il soddisfacimento del 10% del fabbisogno nazionale.