«Il petrolio? Un’eredità destinata a esaurirsi»

Nostro inviato a Rimini

Mister Campbell, stiamo ballando sul Titanic che affonda? Corriamo davvero il rischio di trovarci da un giorno all'altro senza più una goccia di petrolio?
Colin Campbell se la ride omerico, come soltanto un irlandese sa fare. È qui, a Rimini, per la trentunesima edizione delle Giornate internazionali di studio del Centro Pio Manzù. Peccato gli manchi una pinta della birra di casa, quella densa e scura come caffè. Geologo, ex petroliere, una vita con le mani nere di greggio, è universalmente noto come uno dei massimi esperti del settore e di certo il più ascoltato analista sul tema del picco produttivo dell'oro nero, a cui ha dedicato anche la nascita dell'Aspo (Association for the Study of Peak Oil and Gas).
«No, il Titanic è andato a picco in fretta, mentre per fortuna le riserve di petrolio scendono ben più lentamente, del 2 o 3% all'anno - spiega giustificando la risata -. Sono in molti a chiedersi e a chiedermi quando arriverà questo picco, se tra uno o dieci anni, ma è un approccio sbagliato al problema, impedisce di coglierlo appieno». In che senso? «Che è un po' come scalare una montagna in una giornata di nuvole basse». Ovvero? «Ovvero sali e sali ancora verso una cima che non vedi. E poi, quando buchi la coltre bianca, ti accorgi all'improvviso che sei sul cucuzzolo e che sotto di te comincia la discesa».
Ma lei, che sicuramente ha imparato a guardare oltre queste nuvole, che cosa ci può dire? Dov'è la vetta?
«Se circoscriviamo il tema al petrolio, be’ allora sul picco ci siamo già ora. Se invece consideriamo l'insieme delle fonti, l'appuntamento è rinviato al 2010».
Ma c'è chi parla di riserve per altri quarant'anni.
«Parlare in questi termini non è corretto, è fuorviante e al tempo stesso ridicolo, perché una cosa sono le potenziali riserve e un'altra cosa la loro concreta produzione. Nessuno può dirci oggi se quest'ultima potrà proseguire senza problemi per tutti quei quarant'anni a venire. E poi invece, magari, potrebbero essere scoperti nuovi giacimenti».
Restando all'oggi, stiamo consumando più petrolio di quanto siamo in grado di produrre. È un gap che possiamo quantificare?
«Certo, però la correggo, precisando che il problema vero non è quanto petrolio siamo in grado di produrre, ma quanto ne troviamo. Dopo il livello massimo raggiunto, nel lontano '64, per quarant'anni sono stati sempre scoperti nuovi giacimenti. Ma in misura via via calante, con il risultato che i ritrovamenti odierni stanno nel rapporto di un barile di greggio ogni cinque o sei barili consumati. Insomma, stiamo vivendo sfruttando un'eredità».
Che cosa possiamo fare, per dilazionare il raggiungimento del picco?
«Purtroppo non c'è che consumare di meno, risparmiando dove è possibile e utilizzando altre fonti di energia. Le maggiori case automobilistiche lo stanno già facendo, investendo moltissimo nelle vetture ad alimentazione ibrida».
E al di là di questo?
«I Paesi consumatori devono dare per primi l'esempio, cominciando a importare meno greggio, almeno un 2-3% ogni anno. Prima di tutto, insomma, bisogna cambiare mentalità. Del resto io ho passato molto del mio tempo in mezzo a popolazioni che hanno poco o nulla e non consumano tutto ciò che consumiano noi. Eppure, loro, sorridono molto più di noi. Ma questa, lo so bene, è una raccomandazione che nessuno vuole ascoltare». \