Il petrolio sfonda quota 100 Famiglie, stangata in arrivo

Il greggio trascina al ribasso i listini di tutta Europa: in fumo 106 miliardi. E dal barile <strong><a href="/a.pic1?ID=231297" target="_blank">gli effetti si faranno sentire sulle famiglie</a></strong>: aumenteranno a catena i prezzi dei beni di consumo

Milano - I 100 dollari sono arrivati insieme con il nuovo anno: ieri, per la prima volta nella sua storia, il prezzo del barile di petrolio ha toccato la cifra tonda dei 100 dollari. Un record che era nell’aria, ma che è arrivato solo ieri, primo giorno di mercati aperti del 2008, nella tarda mattinata (erano le 18 in Italia) sul mercato dei future sul Wti di New York (Nymex).

Il prezzo è storico anche se, tenuto conto dell’inflazione, i prezzi attuali corrispondono a quelli dei primi anni Ottanta, quando un barile girava il mondo a 38 dollari, pari appunto alla quota 100 di questi giorni. In Europa il Brent trattato a Londra è arrivato a 96,75 dollari, comunque record per il Vecchio continente. Mentre il Wti, in chiusura, è tornato sotto i 100, chiudendo a 99,6, con un rialzo sempre forte, del 3,6%.

Le Borse europee, che già zoppicavano dall’apertura, seguite successivamente da quelle americane, hanno subito immediato il contraccolpo psicologico dell’aumento del prezzo del greggio. Che significa prezzi al consumo più alti, cioè più inflazione, cioè rischio di rialzo dei tassi. Esattamente ciò che in molti ritengono necessario alla Bce. E che i mercati temono come una minaccia mortale in quanto manovra restrittiva su un ventaglio di economie che già crescono pochino.

Tra l’altro, l’intonazione negativa dei listini era già aumentata nel pomeriggio a causa dell’indice manufatturiero Usa (Ism), sceso a dicembre a quota 47,7 punti, ai minimi dall’aprile 2003, contro i 50,8 di novembre e, soprattutto, più in basso delle attese, che erano per un livello di 50,4: un valore superiore ai 50 punti - nell’interpretazione dei mercati - conferma la fase di espansione dell’attività manifatturiera, mentre uno al di sotto segnala una sua fase di contrazione.

In queste condizioni, che già rendevano la giornata difficile, è partita la corsa del petrolio, alimentata dalle tensioni geopolitiche (a partire dal Pakistan) e dalle nuove violenze in Nigeria, Stato africano dove operano le grandi corporation mondiali del settore, che stanno interessando Port Harcourt, centro petrolifero della nazione. Dal 2006, quando la Nigeria ha iniziato a subire tali azioni, la produzione è calata del 20%. E questo nel contesto attuale, in cui i Paesi Opec lanciano di continuo allarmi sulle difficoltà nel soddisfare la domanda mondiale di greggio, trainata più di tutti dalle economia emergenti asiatiche.

Oltre all’oro nero, vola anche quello originale, giallo, bene rifugio più antico del mondo, che in momenti come questi ritrova smalto. E così è stato, con il superamento del record degli 850 dollari l’oncia, fino a quota 859.

Inevitabile, allora, che il 2008 di Piazza Affari e delle altre Borse europee sia iniziato male: 106 i miliardi di euro di capitalizzazione «bruciati» ieri, con Francoforte peggio di tutti (-1,47%), seguita da Piazza Affari (S&P Mib -1,35%) e Parigi (-1,14%).

Negli Usa, Wall Street e il Nasdaq hanno segnato cali nell’ordine dell’1,6-1,7%. A nulla è valsa la pubblicazione delle «minute» della Fed, che consigliano «un ulteriore e sostanziale allentamento della politica monetaria», cioè un abbassamento dei tassi. Di fronte alle «minute» la Borsa americana si è un po’ ripresa. Ma con il passare delle ore il recupero è stato annacquato dai prevalenti timori inflazionistici. Che, in una giornata come quella di ieri, non potevano non avere la meglio.