Petruzzelli, assolti i «mandanti»: dopo 14 anni un rogo senza verità

Il processo d’appello bis cancella le condanne ai presunti ideatori dell’incendio che nel ’91 distrusse il teatro di Bari. L’unico colpevole è l’autore materiale

Giuseppe de Bellis

Non c’è un mandante. Non c’è il perché. Quattordici anni e dieci processi dopo non si sa ancora chi fu la mente di quel rogo che distrusse il Petruzzelli di Bari. C’è solo la mano, c’è il manovale delle fiamme che all’alba di domenica 27 ottobre entrò nel teatro e appiccò l’incendio. Era una domenica mattina. Bari si svegliò con le sirene dei vigili del fuoco e col fragore dei vetri in frantumi. Le fiamme, il calore, il tetto del Petruzzelli che si ammorbidisce, poi si sgonfia, cade e annienta tutto quello che resta. Si sa che fu Giuseppe Mesto a dare fuoco al teatro. È giallo sul resto: se c’era qualcuno che lo radiocomandava, se aveva avuto un compito preciso dall’alto, se fu la malavita barese a voler ferire la città per un suo progetto criminale, o per punire il gestore del Petruzzelli, o per spaventare gli amministratori cittadini. Mistero.
Non sono serviti 13 anni e mezzo di indagini, milioni di pagine, perizie, interrogatori. Per la giustizia c’è un uomo che entra da solo e brucia l’orgoglio di una città con otto diversi focolai interni a un edificio. La verità processuale dice questo e continuerà a dirlo forse per sempre. Ieri la corte d’appello di Bari ha assolto nell’appello bis le tre persone imputate come mandanti di quel rogo. Non colpevole Ferdinando Pinto, il gestore del Petruzzelli in quel periodo. Scagionato dalle accuse di incendio doloso e colposo, di associazione mafiosa e di falso in bilancio. Con la prima sentenza d'appello, il 6 aprile 2001, era stato condannato a cinque anni e otto mesi di reclusione (due anni in meno della condanna di primo grado) per concorso nel rogo doloso e per falso in bilancio. Con Pinto assolti anche tre degli altri quattro imputati nel processo: il boss barese Antonio Capriati, che era accusato insieme con Pinto di essere il mandante del rogo, il suo presunto usuraio, Vito Martiradonna, che erano stati condannati entrambi nella prima sentenza d'appello a sei anni per incendio doloso, e l'ex custode del teatro e presunto basista dell'incendio Giuseppe Tisci, al quale la pena in appello fu ridotta a venti mesi dai tre anni inflitti in primo grado. L'unico condannato, alla pena di quattro anni e due mesi di reclusione, resta Giuseppe Mesto, considerato l’autore materiale del rogo.
Erano stati chiesti sette anni per Pinto, per gli altri il procuratore generale di Bari, Giuseppe Volpe, aveva chiesto la conferma delle condanne della prima sentenza d’appello. Ora la procura potrebbe ricorrere in Cassazione, cosa che potrebbe fare anche Mesto. Non si sa se accadrà. Quello che è certo, invece, è che i giudici hanno ritenuto che le prove alla base della precedente condanna di Pinto e degli altri tre imputati erano insufficienti o contraddittorie, o mancavano del tutto.
Il nuovo dispositivo giunge dopo che la prima sentenza d'appello, il 28 maggio 2002, era stata annullata con rinvio dalla Cassazione per difetto di motivazione. La Suprema Corte aveva infatti definito «non provato» il movente del rogo (il presunto prestito usuraio di 600 milioni di lire che Pinto avrebbe ottenuto dal clan mafioso di Antonio Capriati, e che non era più in grado di restituire) e aveva invitato i giudici a dimostrare l’attendibilità «intrinseca» di otto dei pentiti che hanno collaborato alle indagini. Non erano affidabili, evidentemente. Quattordici anni dopo Bari deve ricominciare a cercare le cause di quell’incendio. Si ricomincia da zero, da quel guscio vuoto lasciato dalle fiamme la mattina del 27 ottobre. Si cercherà ancora, forse per poco, di trovare un perché.