Il petto di pollo mandò in crisi la coppia

Paolo Mosca firma l’adattamento della commedia che Montanelli dedica alle ipocrisie del matrimonio

Rappresentato per la prima volta negli anni Sessanta nel corso di una singolare sfida di nuove commedie al teatro Sant’Erasmo di Milano (gli altri autori in gara erano Achille Campanile, Silvano Ambrogi, Dino Buzzati, Giovanni Mosca e Pier Paolo Pasolini) Il petto e la coscia, in scena adesso al teatro Rossini per la regia di Paolo Mosca (lui stesso ne curò l’adattamento quarant’anni fa) è davvero una chicca autorale. E sì perché a firmarla è un Indro Montanelli irriverente che nella sua unica commedia brillante mette in scena le ipocrisie matrimoniali, i compromessi e le falsità di una coppia sposata da un quarto di secolo. Lui (Silvio Spaccesi) è un grossista di rape e pomodori concreto e tenace, lei (Rosaura Marchi) una corista sognatrice costretta in un ruolo sempre più stretto. Un aereo che non decolla per un improvviso sciopero selvaggio, l’improvviso ritorno a casa del marito e la rivelazione di una vita: a tavola, nel piatto della padrona di casa ci sono due cosce di pollo arrosto morse avidamente. Vuoi vedere che non è vero che la moglie preferisce il petto come gli ha fatto capire da quando si erano conosciuti ad un pranzo di beneficenza? Inizia da qui una sorta di simpatico e dinamicissimo processo psicologico condito da litigi e battibecchi e al quale prendono parte anche la cameriera di casa (Rita Gianini) e il suo tanghero manesco (Antonio Fulfaro), la nipote della coppia (Francesca Marti) e il suo ingombrante innamorato (Alfonso Mandia). Umori verde colica e Bernard Shaw («Il ballo è l'espressione verticale di un desiderio orizzontale»), pillole tricolori e una sciarpa introvabile, Adriano Celentano, Raffaella Carrà, un telefono che squilla in continuazione e il fascino della bugia trasformata in verità. Per scoprire alla fine che forse tra petto e coscia conviene accordarsi sull’ala.
Si ride e ci si diverte nella commedia di Montanelli diretta con efficacia da Paolo Mosca e il merito principale, oltre all’arguzia e alla modernità del testo, è dell’affiatamento degli interpreti guidati dall’inesauribile estro del vulcanico Silvio Spaccesi. Osservarlo recitare con tutto il corpo nel suo personalissimo dialetto scenico di parole storpiate è davvero uno spasso e una bella lezione.
Repliche fino al 25 marzo.