Il Pg: perfetto esempio di come si giudica senza avere una prova

Gianluigi Nuzzi

da Milano

La sentenza che condannò in Appello Calogero Mannino a 5 anni e 4 mesi? «Scorretta, scritta su atti inutilizzabili, è un esempio negativo, da mostrare agli uditori giudiziari, di come una sentenza non dovrebbe mai essere scritta». Insomma, «mi sono trovato di fronte al nulla, all’assoluta povertà» del quadro probatorio che dimostra il «fallimento totale» del lavoro svolto dalla Corte di Appello. Quando a mezza mattina il sostituto procuratore della Cassazione Antonio Siniscalchi lancia una bordata lunga 40 minuti e senza precedenti contro i giudici palermitani, gli uffici della terza Corte d’Appello della città siciliana, quella che condannò Mannino nel maggio del 2004, sono semideserti. Non si sono tenute udienze ieri. Il presidente Salvatore Virga, che presiedette la Corte del processo Mannino, non si è visto. È rimasto a casa a studiare qualche processo. Come dire, la polemica è appena rinviata. Mai un procuratore generale della Suprema Corte aveva scelto in una requisitoria parole più dure e affilate per criticare, o meglio fare a pezzi la sentenza dei colleghi di secondo grado. E chiedere di spianarla con un annullamento senza rinvio.
Siniscalchi non verrà soddisfatto dai giudici della sezione guidata dal primo presidente Nicola Marvulli. Ma qui la decisione della Cassazione diventa quasi secondaria, visto che il Pg punta l’indice contro i colleghi. Per quella sentenza che «racconta la vita politica di Mannino, numerosi episodi di incontri e contatti con esponenti mafiosi, ma non elenca con esattezza e precisione nemmeno un singolo contributo di Mannino a Cosa Nostra, tale da poter supportare l’accusa di aver contribuito al rafforzamento della mafia».
È un colpo di frusta che ferisce e scuote la cittadella giudiziaria palermitana. Perché i giudici che condannarono Mannino sono da sempre in prima linea. Virga è apprezzato da tutti, dopo un quarto di secolo passato in questo tribunale, dalla Procura alla giudicante. Processi da prima pagina: l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, del capo della squadra mobile Boris Giuliano, di padre Puglisi, sino al processo Lima e all’ergastolo per Vittorio Mangano. Poche le assoluzioni. Come quella di Salvatore Di Vrusa, benzinaio di 32 anni, accusato di avere abusato di quindici donne. Comunque, sempre in prima linea contro la mafia.
Invece ecco, a sorpresa, un gelido Siniscalchi che disarticola la sentenza di Virga. Passo dopo passo. Ridicolizzando quasi l’impianto accusatorio. Fino all’ironia sul presunto accordo segreto che avrebbe legato l’ex notabile democristiano alle cosche. «Nel caso di Mannino non è pertinente parlare di patto, perché la stessa sentenza di appello parla di un patto ”sotto banco“ o di patto ”occulto“: allora come si fa a parlare di contributo mafioso, a carico di Mannino, se nessuno sapeva di questo patto?». Elementare, Watson. Ancora: Siniscalchi dice di «non aver trovato nulla, nella sentenza di Appello, per apprezzare, in termini rigorosi e tecnici, il contributo mafioso del Mannino, perché mai racconta con esattezza di cosa l’uomo politico abbia fatto a favore di Cosa Nostra, mentre elenca una serie di vantaggi che Mannino avrebbe avuto dal suo patto con i clan». Così se ha preso più preferenze nel 1983 è solo perché «in quell’anno si è registrata la fuoriuscita di Ciancimino dalla politica, un fattore non considerato dai giudici di Appello».
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