Per il pg questa non è devastazione

La Cassazione ha confermato le condanne a 4 anni di reclusione per i 16 giovani che misero a ferro e fuoco corso Buenos Aires, a Milano, rendendosi colpevoli di «devastazione, incendio, danneggiamento e resistenza aggravata a pubblico ufficiale»: quanto cioè aveva già stabilito la Corte d'appello di Milano l'anno scorso. Non andrà in galera nessuno, perché il reato è indultato, ma ora interessa un'altra cosa: non tanto che il sostituto procuratore generale della Cassazione, Alfredo Montagna, in mattinata avesse chiesto viceversa l'annullamento della sentenza milanese, in contraddizione con quanto poi deciso dai suoi colleghi: interessano le bislacche motivazioni con cui ha chiesto questo annullamento.

Vediamole, anzi ricapitoliamo. Se un branco di bestie subumane devasta una via e ferisce 9 agenti (e spacca vetrine, distrugge fioriere, ribalta cassonetti, incendia auto e moto, carbonizza edicole, assalta una sede di partito, butta una bomba carta caricata a bulloni e chiodi, aggredisce una gazzella dei Carabinieri) tu al massimo questo branco devi incriminarlo per resistenza a pubblico ufficiale, e sai perché? Perché mancano le fotografie. L'ha detto Montagna: non ci sono le fotografie, non si vedono i volti delle bestie, al massimo ritraggono gente con dei caschi e dei passamontagna in testa: forse avevano freddo.

Cioè: nella patria dove la magistratura ha fatto praticamente ogni cosa con i peggio reati associativi, dove bastava «appartenere» per essere giudicati complici di assassinii e reclusi anche per anni, ecco che per mettere in relazione delle chiare cause con delle palesi conseguenze serve al minimo una foto, magari un video su Youtube: altrimenti i capi d'imputazione non sono «suffragati da prove, in quanto le fotografie non ritraggono gli imputati a compiere atti di devastazioni ma li ritraggono solo mentre stanno, per lo più, dietro una barricata». Che è una cosa normale: sarà capitato a voi tutti, di finire dietro una barricata.

Battute a parte, la tesi un senso ce l'ha, così come ha un senso osservare che mancano le fotografie della maggior parte dei delitti di questa terra, e che mancano persino istantanee degli Unni mentre radevano al suolo Costantinopoli: ma ci si arrangia, di norma si cerca un equilibrio tra le evidenze e la possibilità di riproporle in un'aula di giustizia. Potremmo discutere se queste evidenze, nel caso, siano o no inossidabili: nel caso, la suprema Corte ha deciso di sì. Ma al procuratore Montagna, probabilmente, interessava di più il pistolotto sociologico che ne ha fatto seguire: «Quel che è stato affermato per i poliziotti della Diaz deve valere anche per il cittadino qualunque e non solo per i colletti bianchi».

D'accordo, ma che c'entra? Che c'entra in bocca a un procuratore di Cassazione che deve giudicare dei processi uno alla volta, o meglio dovrebbe vagliarne la legittimità? Poniamo che i processi della Diaz e di corso Buenos Aires fossero anche minimamente comparabili: che facciamo, giudichiamo per contrappasso? Poniamo che nel processo della Diaz si sia anche adottato un criterio discutibile nell’assolvere i poliziotti: che facciamo, orientiamo la giurisprudenza della Cassazione sulla base di quanto ha giudicato un tribunale genovese? Ma forse la stiamo prendendo troppo sul serio. Forse, tecnicamente, il caso è davvero «complicatissimo» come pure hanno osservato i giudici.

Certo a sentir Montagna non sembrerebbe: «La polizia ha una cultura deviata delle indagini, perché pensa che identificare una persona che partecipa a una manifestazione consenta di attribuirle tutti i reati commessi nella stessa manifestazione». Ma allora anche la Cassazione ha una cultura deviata delle indagini, perché ieri sera ha giudicato sulla base alle risultanze della polizia. Sempre più misterioso e indecifrabile, il nostro Montagna: come una cima inaccessibile, come la sofisticata differenza tra l'esser garantisti e l'essere ridicoli.