Phelps, è finita la pacchia per i campioni bamboccioni

Negli ultimi decenni gli americani non sono stati esemplari nel mostrarci la via all’etica dello sport e degli sportivi. Ma stavolta chapeau! Michael Phelps è stato punito per tre mesi. Non per colpe di doping, ma di comportamento. Sberla in faccia rifilata dalla federazione americana di nuoto, che non ha voluto infilarsi nella scia del Cio e della federazione internazionale pronte a perdonare con buonismo un tanto al grammo: di notorietà. «Non sono state violate regole antidoping, ma abbiamo deciso di mandare un forte messaggio a Michael perché, con il suo comportamento, ha deluso molte persone. In particolare le migliaia di bambini che guardano a lui come un modello e un eroe». Un comunicato che ha il sapore di una lettera, una raccomandazione, un buffetto. Michelone per tre mesi vai dietro alla lavagna. Stavolta l’hai combinata grossa: quella foto pubblicata dai giornali mentre fumi marijuana è un atto d’accusa. E lui ha abbassato come un cocker le sue gigantesche orecchie, senza alzare lo sguardo. «Ho fatto un errore, è giusto che ne affronti le conseguenze».
Stavolta gli americani hanno insegnato qualcosa a tutti: c’è un limite nel vezzeggiare gli eroi dello sport. Ci sono atti che i modelli non si possono permettere. E non contano medaglie conquistate o danari guadagnati. Non è giusto caricare assi e atleti del peso del bon ton dell’universo, ma non è accettabile quel perdonismo nel nome del campione. In Italia siamo specialisti in materia. Nel resto del mondo non se la passano meglio. Lo sport Usa ne ha combinate tante, troppe, spesso impunite o nascoste. La stretta sul doping è arrivata, alcuni anni fa, per volontà politica. Tardissimo nell’atletica. Il ciclismo, così falsato e macchiato, ha voluto farci intendere che Armstrong è un eroe senza ombra, pur nei suoi chiaro-scuri. La storia di Marion Jones ha segnato il confine: da impunita a reclusa. In quanti altri Paesi sarebbe accaduto? La sospensione di Phelps, ragazzone-bamboccione, nonostante i 23 anni, nulla c’entra con le gare e gli allenamenti. Ma è il più bel segnale alla nobiltà di essere un campione dello sport. I perdonisti facili prendano appunti. Fra questi Ronaldo, esperto mondiale in marachelle, che non gli ha negato la complicità. «Gli sportivi devono dare il buon esempio, ma è stato un momento di debolezza. E lui ha vinto tante medaglie e messo la faccia».
Probabilmente il nuoto Usa ha voluto mettere in chiaro che ugual metro andrebbe usato anche nella ricerca degli imbroglioni: tutti quei record nella piscina di Pechino non sono stati digeribili. Ora sottintende: abbiamo fatto la nostra parte, altri facciano la loro. E Michelone Phelps si prepara ad espiare, però con un brutto retropensiero. «Val la pena continuare?», si è chiesto. «Non lo so. L’acqua è la mia vita. Ho sbagliato, ma è difficile essere un modello. Ne parlerò con la mia famiglia, con l’allenatore. È una mia decisione, che non prenderò né oggi né domani». La federazione gli ha negato ogni introito finanziario per la durata della sospensione, ma lui ricomincerà ad allenarsi, salterà una serie di gare, non i mondiali di Roma, gli basterà passare le qualificazioni.
Il lato finanziario della vicenda si annuncia blandamente punitivo: alcuni sponsor hanno confermato la fiducia, altri hanno preso tempo, la Kellogs ha ufficializzato che non rinnoverà il contratto, scaduto a febbraio (valeva 1750 dollari alla settimana). E poco conta ricordare che la suddetta marca sia stata coinvolta in uno scandalo salmonella negli Usa. Giusto, chi è senza peccato... ritiri la sponsorizzazione.