Phelps come Spitz, Marin bronzo. "Visto? Non sono mr. Manaudou"

400 misti, oro nº 7 per Michael, terzo l’italiano fidanzato della francese. In staffetta, un compagno sbaglia e l’americano manca l’ottavo sigillo

Melbourne - Il Diavolo veste Crocker e Michelone Phelps lo ha scoperto solo l’ultimo giorno. Chiusura ancora con un botto per il Nembo Kid americano: tutti in fila nei 400 misti a tempo di record, ma che record! Due secondi (4’06”22) sotto quello precedente che già gli apparteneva. Il conto torna: sette medaglie d’oro e cinque primati strapazzati, cinque ori nelle gare individuali, montagne sulle quali nessuno si è arrampicato. «Questo forse è il miglior momento che ho mai avuto. Chi si aspettava di scendere due secondi sotto il record?», ha concluso Nembo Phelps lasciando perdere quell’incidente del mattino che gli ha tolto la speranza di passare dal settebello all’ottovolante.

Otto come gli ori che poteva conquistare, se la staffetta quattro per cento mista non si fosse fatta squalificare. Regista, attore e colpevole Ian Crocker, il texano malefico che altre volte ha fatto soffrire Phelps, compresa l’ultima sfida loro nei 100 farfalla. Crocker era il terzo frazionista, dopo Lochte e Usher. È bastato un attimo di anticipo, quattro centesimi ha detto il rilievo cronometrico, per rovinare tutto ed impedire a Michelone di entrare in scena nella finale serale vinta poi dagli australiani. «Ce ne ricorderemo la prossima volta» ha detto Phelps, alludendo però al modo di gestire la gara. Sette medaglie come Spitz alle Olimpiadi, prova generale per Pechino. Operazione riuscita. Concorrenza agguerrita, ma devastata dalla strapotenza fisica dell’americano, al limite del disumano. Sperando che sia tutto vero. Thorpe è uno, nessuno o centomila?
Stando ai risultati, c’è da essere soddisfatti. Ma Phelps non è tipo. «Soddisfatto io? Mai». Nemmeno dopo quindici gare, tante quante ne sono servite per raccogliere tutto l’oro possibile. Prove da superman come questi 400 misti risolti al solito modo nell’ultima vasca, ma lottati spalla a spalla con Lochte. Terzo, dietro di loro, è spuntato Luca Marin: partito con una disastrosa frazione a farfalla, si è catapultato nella scia dei due americani per non perderla più. Anzi. «Non ho vinto l’argento per 15 centimetri», ha raccontato lui, soddisfatto ma non troppo. «Per venti centesimi non ho battuto il record europeo». Si è accontentato di battere il primato italiano (4’11”67 diventato ieri 4’09”88) con il quale aveva vinto l’argento due anni fa a Montreal.

Ieri era sera da record per gli azzurri: ci sono riusciti anche Colbertaldo nei 1500 metri (5° in 14’56”22, tempo che gli ha fatto strabuzzare gli occhi) e per due volte la staffetta 4x100 mista. Un bel finale con promesse future. Marin guarda dritto a Pechino («Il bronzo è un punto di partenza»), Phelps gli ha fatto i complimenti. Lui, da buon siciliano un po’ maschilista, cominciava a soffrire l’idea di passare solo come il signor Manaudou, ed ha preso questa medaglia come la riscossa in famiglia. Pur sapendo che lei è una fuoriclasse. «Sì, forse ci voleva per iniziare a sfatare la leggenda di mister Manaudou. Vedremo cosa diranno i giornali?». Lei Laure l’aveva seguito dalla tribuna, ormai in vacanza in attesa di fuga con l’amato. E sul fatto che lei lo ami, tutta la platea della Rod Laver Arena ne ha avuto dimostrazione. Mentre Phelps andava a baciare la mamma seduta a bordo vasca, facendo la figura del bravo figliolo, l’altra lei, la Manaudou, scendeva dalla tribuna e chiamava a sé Marin per rifilargli un bel bacio. Come a dire: caro Phelps, ad ognuno le sue vittorie.