PHILIP ROTH La vecchiaia è un massacro

In «Everyman» assistiamo al declino dell’«alter ego» dell’autore, fra esami clinici e ricadute

Quando uscì Il lamento di Portnoy, eravamo nel 1969. In Italia la lotta studentesca si era saldata con quella sindacale. Le piazze delle nostre città erano piene di cortei. In letteratura, il Sessantotto aveva spaccato il fronte della Neoavanguardia. Per chi allora era giovane e amava la poesia e il romanzo, si preannunciavano i sei anni più plumbei del secolo.
Dall’America, Philip Roth, allora 36enne, ci mandava invece un grido di liberazione e di vitalità sconvolgente, un romanzo che descriveva private ossessioni sessuali con una freschezza, una autoironia, una cultura, una comicità che a qualcuno, a me per esempio, apparvero grandiose. Eravamo stati intossicati da romanzi-collages, metaromanzi, antiromanzi. Roth rilanciava il potere della scrittura e dell’invenzione, senza rinunciare all’idea della letteratura come grande forma di conoscenza. La psicoanalisi, una delle interpretazioni del mondo e dell’io che nel secolo scorso esercitò la sua ferrea egemonia, veniva usata, certo, ma anche irrisa e trasformata in pretesto per esilaranti scorribande nelle meno ovvie fantasie erotiche dell’uomo occidentale. Chi aveva letto e amato Saul Bellow, Bernard Malamud, Norman Mailer, non poteva che sentirsi a proprio agio con Roth, con la sua cifra irridente e funambolesca. C’era qualcosa di didattico, al fondo di quella esplosione di comicità quasi drammatica, c’era il «professore di desiderio» che iniziava a spiegare sesso e morale, matrimonio e tradimento, ossessione e felicità ai lettori.
Fu un successo clamoroso, ed è continuato. Oggi Roth è il romanziere più premiato d’America. Però riconoscere la voce di Alexander Portnoy nei suoi ultimi libri, nei romanzi brevi che viene pubblicando compulsivamente nei primi anni del nuovo secolo, non è facile. Lessi e apprezzai tempo fa L’animale morente. E oggi ho tra le mani, non senza qualche velato fastidio per una copertina nera e funebre, Everyman, appena uscito da Einaudi (pagg. 123, euro 13,50).
Roth e il suo alter ego, l’intellettuale della East Coast, di origine ebraica, democratico, tormentato dalla famiglia non meno che da una sessualità dirompente, è invecchiato. Si è reso conto che «la vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro». Ha coniugato l’età che passa con le malattie che sopravvengono. Ha sentito il corpo perdere colpi, girare a vuoto, ingolfarsi e spegnersi come il motore di una automobile.
Chi legge l’ultimo Roth vede la bellezza oltraggiata, il desiderio reso impotente, il corpo arrendersi a ogni sofferenza e al più irrevocabile declino. In Everyman le prime e le ultime pagine ci mettono di fronte a un cimitero ebraico in stato di semi-abbandono. Qui sono sepolti i genitori del protagonista, qui finisce lui stesso. E, in un andamento a spirale, ora lento ora vorticoso, noi veniamo a conoscenza della sua vita in famiglia, dei suoi rapporti con le tre mogli, con i tre figli, con gli amici e i colleghi di lavoro, con un fratello. Ma soprattutto veniamo a conoscenza del suo destino particolarmente crudele. Nato da genitori longevi, con un fratello che ha una invidiabile salute di ferro, il protagonista di Everyman viene assalito da continue malattie, in un crescendo di analisi, ospedali, interventi, convalescenze e ricadute. Niente ci viene risparmiato: infarti, ictus, prostate, occlusioni alla carotide.
L’ironia e la comicità sono scomparse. Resta il linguaggio, limpido, secco, aderente. Ma niente di più. Il sesso c’è sempre, ma senza nessuna gioia, e anzi travolto dal rimpianto. Leggere mi ha fatto venire l’ansia, il respiro corto. Mi sono ribellato a questa idea di vecchiaia. Mi è tornato alla mente Henry Miller ultra-ottantenne in sedia a rotelle che sfodera il suo talento più allegro per chiedere a Brenda Venus una prestazione sessuale ancora possibile, la passione finale di Ungaretti, amante sino all’ultimo respiro, la foto che mi inviò Ernst Jünger quasi centenario - la tengo da allora sul mio tavolo - che lo ritrae insieme a Borges, statuario nella sua cecità, davanti a due flutes di champagne.
La malattia assale il corpo. Lo contamina, lo disgrega. Ma se uno crede nello spirito, quello si salva, è incorruttibile. La vecchiaia per gli artisti può essere orrenda. Ricordo l’immensa tristezza con cui vidi un film come Ginger e Fred di Fellini, così intriso di solitudine e di disperazione. Per resistere, bisogna avere una idea eroica del proprio declino fisico, compensato da una energia spirituale piena sino alla fine di speranza e di eros. Roth non ce l’ha. Ma si è arreso con onestà e con stile.