Più amore meno rock: il Boss fa rinascere il sogno americano

Esce il nuovo cd <em>Working on a dream</em>. E domani suona in onore di Obama: musica un po' elettrica e un po' acustica che parla di ottimismo e speranza

«Canto persone che lottano contro un mondo che le accerchia; magari consumate ma non vinte». Delle mille dichiarazioni rilasciate da Bruce Springsteen questa, lapidaria, sembra la più acconcia a raccontare il suo spirito da sanguigno cantore «on the road». Il Boss cantore delle illusioni e delle disillusioni dell’American Dream, compie sessant’anni e oggi viaggia verso un nuovo sogno (o forse verso la realizzazione e l’attualizzazione delle chimere del passato) con il nuovo album Working On a Dream, in uscita venerdì prossimo. Un disco dove i chiaroscuri e la rabbia lasciano intravvedere un barlume di rosa là in fondo, il cauto ottimismo legato a filo doppio con la speranza che molti ripongono in Obama. Non a caso Springsteen ha fatto del brano Working On a Dream la colonna sonora della campagna di Obama, e domani suonerà a Washington, con Bono, Stevie Wonder, James Taylor e molte altre star per festeggiare il presidente. «Sto lavorando ad un sogno/ e il nostro amore lo trasformerà in realtà un giorno»; un refrain semplice ma ricco di aspettative e di buoni propositi. Nuove illusioni? Springsteen non è un politico; da lui i fan si aspettano ballate toste (che grondino rock o alludano ai mille ghigni maliziosi del folk) cantate con voce roca umbratile e declamatoria; si aspettano la voce di uno Steinbeck moderno e sintetico.

E lui, che non è la tradizione ma è figlio legittimo dei suoni tradizionali americani, stavolta pigia l’acceleratore sull’ottimismo. Non son i quadri disperati di Nebraska e Tom Joad, ma quelli intimi - seppur inquieti - di What Love Can Do, dove l’amore cancella anche il peccato di Caino e «qui dove sangue chiama sangue e dente per dente/ vi mostrerò cosa può fare l’amore». O ancora quelli di Life Itself, ballata in cui i sentimenti aiutano a sfuggire il dolore, il peccato, la solitudine («Ci siamo incontrati nella valle dove scorrono il vino dell’amore e della distruzione/ là in quella curva buia dove crescono i fiori della tentazione/ ho lasciato tutto il resto agli altri, c’eri tu e nient’altro/ andavi bene per me, bene come la vita stessa»).

Un po’ troppo elegiaco, forse sdolcinato? Il Boss vede lungo, e nel disastro odierno racconta quella piccola luce in fondo al tunnel che ci dà la forza di lottare: l’America ha una carta importante da giocare per scacciare la crisi... Perché non crederci. Naturalmente spunta anche l’altra faccia del Boss, quella del cantore popolare, quella dei formidabili contrasti espressivi che svariano dall’acustico all’elettrico, che narrano i perdenti, i solitari, i fuorilegge. L’album si apre infatti su ritmi muscolari ma mitigati da venature country rock, con la voce marziale di Bruce che tuona «Nacque tra i monti Appalachi/ a sei mesi aveva già fatto tre mesi di galera/ aveva ancora i pannolini quando rapinò la prima banca»; è la storia melodrammatica del bandito Outlaw Pete, spietato assassino, innamorato di una donna Navajo e scomparso misteriosamente, insieme al suo pony, sulla via della redenzione. Il Boss gioca con le atmosfere creando un quadro policromo senza mai disunirsi (si potrebbe anche definire rock ecumenico), scolpendo i brani con fierezza, lirismo, sarcasmo e un pizzico di rabbia in meno. Non è rock tiratissimo - a parte il ruvidissimo blues «old style» Good Eye, dove la voce anarchica sembra esplodere di collera dopo un periodo di controllo forzato -, ma la E Street Band (nelle note dell’album c’è un ricordo di Danny Federici, il tastierista da poco scomparso) ci mette il ritmo giusto e la colloquialità scabra e ruspante in pezzi narrativi come Queen of the Supermarket, che occhieggia vagamente nella costruzione a Born to Run, o nell’ammiccante arguzia melodica di Kingdom Of Days.
Il bardo ci mette un pizzico di grinta in meno e un pizzico di anima in più; riflette e combatte privilegiando stavolta il realismo alla poesia, ma non dimentica il suo amore per le storie di matrice folk che mescolano il ritmo di Faulkner e la protesta di Pete Seeger e Woody Guthrie, cesellando ballate acustiche come The Last Carnival e la stupenda The Wrestler, già colonna sonora del film con Mickey Rourke. I fan duri e puri preferiranno lo Springsteen più cattivo, cinico e super-rockeggiante, ma l’inizio del suo nuovo «sogno» (a parte la goliardica e inutile Surprise Surprise), come tutti i bei sogni, riparte da un’innocenza e una semplicità benauguranti.